Ancora due decessi e 345 nuove diagnosi, 30 gli ospedalizzati

Salgono a 622 le vittime Covid in Molise. Si sono infatti registrati altri due decessi al Cardarelli: una 82enne di Vairano Patenora che era ricoverata in malattie infettive e una 88enne di Lupara assistita da pochi giorni in rianimazione. Nel reparto è stato trasferito un altro paziente Covid che era già in area medica, un 60enne di Sesto Campano. Due i nuovi ricoveri, uno in infettive e l’altro in anziano fragile. Un paziente è stato invece dimesso. Gli ospedalizzati sono 30: 15 in malattie infettive, 13 in anziano fragile e 2 in terapia intensiva.
Il tasso di positività è al 16,9%: 345 le nuove diagnosi emerse dalla refertazione di 2.044 tamponi (molecolari e antigenici). I guariti sono 93 (in totale 51.369). I contagi attivi, 9.318.
Il monitoraggio Gimbe
Indicatori in miglioramento, nella settimana dal 27 aprile al 3 maggio: rispetto al precedente monitoraggio, la Fondazione Gimbe rileva una diminuzione di nuovi casi (394.945 contro 433.321) e dei decessi (962 contro 1.034). In calo anche i casi attualmente positivi (1.199.960 contro 1.234.976), le persone in isolamento domiciliare (1.189.899 contro 1.224.239), i ricoveri con sintomi (9.695 contro 10.328) e le terapie intensive (366 contro 409). In Molise la variazione di nuovi casi è in calo del 2,1%.
«Tutti gli indicatori – commenta il presidente Cartabellotta – sono sostanzialmente in una fase di plateau con lieve tendenza discendente. Tuttavia, indipendentemente dallo spartiacque normativo del 1° maggio, la circolazione del virus rimane molto elevata, oltre che ampiamente sottostimata: più di 56mila nuovi casi in media al giorno, tasso di positività dei tamponi antigenici al 16% e quasi 1,2 milioni di positivi. Ecco perché, indipendentemente da obblighi e raccomandazioni, mantenere la mascherina nei locali al chiuso, specialmente se affollati e poco aerati, rimane una strategia indispensabile per ridurre la circolazione virale e proteggersi dal contagio».

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Un anno di dolore e lotte, «ma mia madre non ha avuto alcuna giustizia»

Filomena se ne è andata l’8 maggio del 2021 in un letto della terapia intensiva del Cardarelli. Il Covid non le ha lasciato scampo. Per Anna Maria Roberto, sua figlia, un anno di dolore e battaglie. Voleva la verità, voleva sapere – e vorrebbe ancora sapere – che fine hanno fatto gli effetti personali di sua madre, gli anelli e il contenuto del borsone con cui la vide andar via su un’ambulanza del 118. L’inchiesta avviata dalla Procura di Campobasso dopo la sua denuncia è stata archiviata. L’indagine interna dell’Asrem ha concluso che Filomena non aveva con sé anelli, portafoglio, il borsone. «Avrei mandato mia madre nuda a ricoverarsi in ospedale… Quindi avrei messo su un teatrino? E per quale motivo poi?».
Non nasconde la delusione, l’amarezza che a tratti sconfina nella rabbia. Non nasconde le lacrime, Anna Maria. Ma vuole raccontare come è andata a finire la storia raccontata da Primo Piano Molise il 20 maggio di un anno fa. «Lo devo a mia madre, che è stata una madre eccezionale».
Torniamo alla primavera 2021. Filomena, 73 anni, viene a Campobasso – da Castelmauro dove vive – per una visita cardiologica. Decide di trattenersi a casa della figlia nel capoluogo. In quei giorni, Anna Maria avverte i primi sintomi e il tampone conferma che si tratta di SarsCov2. Sottoposti a test tutti in famiglia, si scopre che anche Filomena si è contagiata. La terapia domiciliare con lei non ha l’effetto sperato. Peggiora. Nella notte fra il 24 e il 25 aprile, i familiari chiamano il 118. Anna Maria prepara il borsone con i pigiami migliori, una crema per il corpo, l’acqua. Dentro mette anche il portafogli, i documenti. Il cellulare e il caricabatterie, i soli oggetti ritrovati e riconsegnati dopo il decesso della 73enne. Durante il ricovero in malattie infettive, pur con il casco Cpap, Filomena riesce a sentire al telefono i familiari. Con chiamate o videomessaggi. A una delle nipoti viene consegnata la biancheria sporca e la ragazza lascia agli operatori una lettera per la nonna. Anna Maria conserva, tra le altre, una foto in cui sua madre la legge. Nell’ultima videochiamata le manda un bacio. «Non aveva già più i suoi anelli, le due fedi, una coroncina del rosario e un altro anello che lei portava sempre. Ma lì per lì non ci feci caso». Poi il trasferimento in rianimazione, l’8 maggio il cuore di Filomena smette di battere.
Nelle ore precedenti e immediatamente successive al funerale, i familiari cercano invano di recuperare al Cardarelli gli effetti personali della donna. Si rivolgono alla caposala, la raggiungono al centro vaccinale dove dà una mano. Lo scambio non è dei migliori, ricorda ancora oggi Anna Maria. Vengono invitati a rivolgersi alla polizia. Provano ancora ma ricevono risposte contrastanti: gli effetti personali dei degenti Covid sono in un deposito ma ora non possiamo andare a controllare. Oppure: c’era solo questo (cellulare e caricabatterie, ndr). Ancora: forse sono stati buttati, sarà passata la ditta a ritirare.
«Mi sono rivolta a un’associazione dei consumatori e ho formalizzato la denuncia con l’elenco di ciò che non ci era stato restituito e con le foto, i video. Passato del tempo, ho chiesto di parlare con il procuratore (di Campobasso, ndr) Mi ha ricevuto, è stato gentile. Ma mi ha detto che la Questura si stava occupando delle indagini. Sono andata anche in Questura e mi hanno assicurato che avrebbero svolto tutti gli accertamenti del caso. Quindi, trascorso altro tempo, ho ottenuto un appuntamento con il direttore dell’Asrem Florenzano. Anche lui è stato gentile, ma aveva una relazione del primario di malattie infettive che attestava che mia madre quando è stato ricoverata non aveva nulla con sé. Gli ho proposto di andare insieme a parlare con il primario e con la caposala. Ci era stato detto di parlare con lei, infatti, perché lei si occupa di queste cose. Ma Florenzano mi ha risposto che non era possibile, non c’erano gli elementi. Ha detto: io le posso chiedere semplicemente scusa».
L’ultimo atto, il 17 marzo scorso quando la commissione che si occupa dell’indagine interna dell’Asrem, ai fini di un eventuale risarcimento, conclude che non c’era nulla da recuperare. «Nessuno ha voluto prendersi la responsabilità, nessuno ha approfondito o collaborato con noi. Io in questo anno ho parlato con tutti quelli che potevo, sono andata più volte a sollecitare e per me è stata un’umiliazione, ogni volta una ferita che si riapriva».
Del padre, morto quando lei aveva pochi mesi, Anna Maria adesso non ha più niente. Sparita la fede che la madre portava sempre al dito insieme alla propria. «Quattro anelli, di cui due fedi di matrimonio, valgono più dell’oro che pesano. Una camicia da notte appartenuta alla propria madre ha un significato sconfinato difficile da spiegare razionalmente e un biglietto con scritto “ti aspettiamo a casa mamma” custodisce la testimonianza senza prezzo di un ultimo saluto a un genitore», dice Anna Maria. Cose tangibili «a cui aggrapparsi per ricostruire un pezzo di cammino che si è vissuto accanto ai propri cari. È questo che abbiamo chiesto all’ospedale. Non il letto di mia madre, ma le sue cose. Oggetti che hanno un immenso valore affettivo». Il più grande rammarico? «Mia madre non ha avuto alcuna giustizia».

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Strangolata e accoltellata: l’agonia della dolce Romina

Bella, dai lineamenti delicati incorniciati da lunghi capelli biondi. Un filo di trucco, un sorriso mezzo accennato. Romina De Cesare avrebbe compiuto 36 anni fra qualche settimana. Il suo profilo social, da ore, è letteralmente inondato da affetto, dolore, rabbia.
Romina è stata uccisa. Sembrerebbe prima strangolata e poi massacrata con una decina di coltellate.
L’assassino – che, in ossequio al triste copione che accomuna tutti i femminicidi è il suo ex compagno, l’uomo che diceva di amarla ma che non voleva lasciarla libera di vivere – ha confessato nella notte. Pietro Ialongo è in stato di arresto da ieri mattina.
«Non volevo ucciderla. Io la amo» ha scritto su un foglio bianco prima di tentare di togliersi la vita, per scomparire assieme alla sua colpa. In una busta piena di foglietti deliranti, forse anche l’annuncio del suo suicidio.
Entrambi di Cerro al Volturno, Romina e Pietro vivevano a Frosinone. Ancora insieme, nello stesso appartamento in pieno centro cittadino, in via del Plebiscito, a due passi dal nuovo Municipio e vicinissimo alla Prefettura.
Separati in casa. L’amore ormai finito, Romina aveva un nuovo compagno. Una guardia giurata che martedì ha dato l’allarme perché non aveva sue notizie da troppe ore. Preoccupato, ha chiamato la Polizia. Il telefono squillava a vuoto, al citofono di casa non rispondeva più nessuno ormai.
Romina era già morta. Il suo corpo a terra, in un lago di sangue, in quell’appartamento che avrebbe voluto lasciare non appena ne avesse trovato un altro. Cambiare casa per chiudere quella convivenza ormai insostenibile.
Uccisa, massacrata. Coltellate profonde al fegato e al torace, ancora non si sa quante e quale sia stata quella mortale.
Pietro Ialongo, 38 anni, perito informatico, anche lui originario di Cerro al Volturno e residente a Pizzone ma ormai domiciliato a Frosinone, ha confessato all’alba di ieri, dopo aver trascorso qualche ora nell’ospedale «Santa Maria Goretti» di Latina.
Dopo aver ucciso Romina, è salito sulla sua Audi A4 e ha raggiunto il litorale. L’auto è stata ritrovata a San Felice Circeo, in località Punta Rossa, mentre lui è stato fermato molti chilometri dopo, nella zona di Torre Paola, a Sabaudia.
Chi lo ha visto racconta che farfugliava frasi senza senso, che non sarebbe riuscito a comunicare nemmeno con i carabinieri che però sono riusciti a risalire all’indirizzo di residenza di quell’uomo fuori di sé.
Frosinone, via del Plebiscito. A due passi dal nuovo Municipio e dalla Prefettura.
In quella stessa casa dove, in quegli stessi momenti, gli agenti della squadra mobile stavano facendo irruzione con l’aiuto dei Vigili del fuoco, in quello stesso appartamento dove la polizia scientifica si stava mettendo al lavoro, dove erano appena arrivati il procuratore Antonio Guerriero, il pm Barbara Trotta, il questore Domenico Condello.
A Latina, nell’ospedale dove l’uomo veniva medicato, nessuno poteva immaginare che a Frosinone aveva ucciso la donna che diceva di amare.
Il corpo trafitto da almeno una decina di coltellate, fra il torace e il ventre. In casa sangue ovunque, i segni di un litigio finito nel più tragico dei modi. Ancora da stabilire l’ora esatta dell’omicidio che potrebbe essere avvenuto nel pomeriggio di martedì.
Nessuno, fra i vicini, avrebbe sentito rumori sospetti, grida, richieste di aiuto. Gli inquirenti starebbero vagliando le immagini dei sistemi di videosorveglianza che insistono in quell’area, vista anche la vicinanza alla sede del Comune e alla Prefettura.
Il medico legale dovrà stabilire l’ora del decesso, sembrerebbe che in casa sia stato ritrovato anche il coltello usato da Pietro Ialongo per infierire sulla ‘sua’ Romina.
Che aveva lo sguardo dolce e il sorriso appena accennato. Che si era innamorata di un altro uomo e voleva essere felice.
Pietro Ialongo l’ha massacrata perché Romina non poteva amare nessun altro.
«Non volevo ucciderla, io la amo», il suo biglietto ‘di scuse’. Il copione è sempre identico: vite spezzate da uomini che invece non sanno amare.
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