Poche istanze, l’Asrem (ri)annulla il bando per le postazioni del 118

Il direttore dell’Asrem Oreste Florenzano ha revocato l’avviso per le postazioni del 118 (e il regolamento a monte, entrambi i provvedimenti erano stati varati da lui meno di un anno fa) e modificato di nuovo le condizioni per la selezione.
Per il bando, scaduto il 16 gennaio scorso, sono pervenute in via Petrella 12 istanze per otto delle 16 postazioni totali. Un numero che «non consente di garantire la completa ed efficiente strutturazione del servizio». Né è possibile, si legge nella delibera di Florenzano (firmata anche dai direttori sanitario Gollo e amministrativo Lastoria), un affidamento parziale perché bisogna garantire l’uniformità dell’erogazione su tutto il territorio regionale.
Tenendo fede al loro giudizio sull’avviso, ritenuto anti economico, nove delle 11 onlus che attualmente gestiscono il trasporto sanitario d’emergenza non hanno partecipato e hanno proposto ricorso al Tar. Le condizioni ora però sono state modificate. Per la terza volta nel giro di due anni. Chissà che non sia la volta buona.

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Covid, scoperto il recettore che causa la trombosi

Sin dall’inizio della pandemia Covid-19 si è visto che nell’infezione da SARS-CoV-2le maggiori complicanze riscontrate derivavano dalla cosiddetta ‘tempesta citochinica”, una risposta infiammatoria “eccessiva” del sistema immunitario. Questa risposta può portare alla formazione di trombi che, interessando il microcircolo e occludendo i vasi, possono condurre a gravi patologie polmonari e cerebrali.
Una ricerca italiana che ha coinvolto più istituzioni chiarisce ora il meccanismo molecolare alla base di questo fenomeno patologico, aprendo la strada a nuove possibilità terapeutiche. Lo studio, pubblicato sulla autorevole rivista scientifica Circulation Research, ha visto la collaborazione tra l’Università Sapienza di Roma, l’IRCCS Neuromed di Pozzilli, il Cardiocentro della Clinica Mediterranea di Napoli e l’Istituto Pasteur Italia di Roma. I ricercatori hanno utilizzato il plasma di pazienti Covid-19 mettendo in evidenza che la proteina Spike del virus si lega aduno specifico recettore piastrinico, TLR4, attivando il processo trombotico.
«Questa ricerca – dice il professor Luigi Frati, direttore scientifico dell’I.R.C.C.S. Neuromed – apre una prospettiva di cura dei casi evoluti in situazioni cliniche avanzate (ricoveri in terapia intensiva, attivazione della tempesta citochinica) utilizzando inibitori di TLR4. Il gruppo di Chimica farmaceutica che ha lavorato a questo progetto potrà poi selezionare – tramite docking farmacoforico – molecole che abbiano una elevata capacità inibitoria dell’attivazione di TLR4, come del resto già dimostrato in questo lavoro che deriva da un filone di ricerca portato avanti negli anni dal professor Francesco Violi e che si avvalso dell’eccellente team che ha condotto le ricerche. La strada è lunga, ma l’obiettivo è quello di rendere l’infezione virale non più patogenetica come lo è oggi, ed è interessante l’approccio metodologico che non risente delle varianti genetiche del virus. In altri termini, agendo a valle della sequenza ‘interazione virus-recettore ACE2/cellula sensibile’ si può riuscire a bloccare gli eventi successivi (tempesta citochinica-microtrombosi) qualsiasi sia la variante virale SARS-CoV-2».

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Trascorsi 20 anni dall’alluvione che devastò il basso Molise

25 gennaio 2003-25 gennaio 2023. Dopo nemmeno 3 mesi dalla tragedia di San Giuliano di Puglia e dal sisma che devastò parte del basso Molise, nuova emergenza e stavolta sulla costa. Una rovinosa alluvione, costata al territorio un miliardo di euro di danni, di cui un quarto allo stabilimento Fiat. L’unico aspetto positivo è stata l’incolumità delle persone, non ci furono, miracolosamente, morti o feriti, anche se a perire furono tanti capi di bestiame nelle aziende agricole a valle del Biferno. Giorni da tregenda per l’area che dalla piana dopo il Liscione arriva al mare. Piogge abbondanti e intensissime mandarono riempirono l’invaso, tanto che per evitare conseguenze disastrose, fu aperto lo scarico di fondo e una quantità di acqua defluì dalla diga, allagando campi e strade, fino a trovare sfogo parzialmente in mare e fermata dal catino rappresentato dalla massicciata ferroviaria. Italia divisa in due, chiuse A14, statale 16, la stessa ferrovia. Operai dello stabilimento Fiat saliti sul tetto della fabbrica e nel giorno dopo la morte di Giovanni Agnelli altro colpo terribile per l’azienda, 40mila le vetture prodotte in meno per lo stop all’impianto, in un contesto di grande sofferenza, oltretutto. Venne mobilitata la protezione civile nazionale, che insediò una colonna in sala consiliare, logisticamente parlando. Tante le aziende del nucleo in ginocchio, tanti gli sfollati a Rio Vivo e nella zona Sud. Centinaia di persone costrette a sgomberare, ospitati negli alberghi cittadini, si raggiunsero in alcuni punti anche i 5 metri d’acqua, automobili sommerse, terreni devastati. Il timore concreto che la Fiat potesse scegliere di andarsene, svanito solo dopo la firma dell’accordo di programma da 434 milioni di euro attraverso cui venne prodotto il cambio m40, quello che equipaggia i furgoni Ducato assemblati alla Sevel. La fabbrica riaprì i battenti dopo nemmeno due mesi, con un open day a marzo. «Se la Fiat ha subito sì danni in quell’occasione, ma non irreversibili e se ha potuto riprendere la produzione dopo un solo mese, è stato per merito della volontà delle maestranze, di tutti i livelli, che si sono tirate su le maniche, mosse da un senso di appartenenza alla vita di fabbrica da far loro e a noi onore», dissero i rappresentanti sindacali di allora. Dal punto di vista delle responsabilità, il giudice penale ha assolto gli indagati accusati di disastro colposo, ma la Regione dovette pagare i risarcimenti a chi i danni li aveva subiti, per il giudice del Tribunale di Larino non c’era un potere di spesa tale che consentisse l’impiego di almeno 20 milioni di euro per mettere in sicurezza gli argini del Biferno, che così com’erano (e come sono ancora) non possono accogliere senza rischi rilasci da almeno 100 metri cubi a secondo dall’invasi del Liscione. A sancire la vittoria “civile”, il Tribunale delle acque pubbliche, ma per avere i soldi, i ricorrenti dovettero chiedere al Tar un giudizio di ottemperanza, dopo atti di precetti e pignoramenti dei conti regionali, che non aveva ancora pagato un centesimo ai cittadini danneggiati. Questa è cronaca, poi ci sono gli aspetti attuali, ossia la mancata realizzazione delle opere di messa in sicurezza degli argini del fiume Biferno, coi 15 milioni assegnati dal Cipe in capo alla Regione, poi transitati come soggetto attuatore al Cosib e tornati indietro, per essere recuperati e rimodulati, ma ancora non viene fatto nulla, tanto che questo pericolo incombente è anche uno dei motivi che frenano l’ulteriore espansione del nucleo industriale termolese. Soldi rifinanziati con i patti per il Sud, sono uno strumento indispensabile per lo sviluppo di un’area importante da salvaguardare sotto l’aspetto naturalistico-ecologico e sotto per tutto lo sviluppo dell’area. Il sindaco di allora, Remo Di Giandomenico, che incontrammo nella zona del Terminal Bus, effettuò un sopralluogo in elicottero, raccontando di aver visto Termoli come isola circondata dall’acqua, anche a Nord, era esondato pure il Sinarca. Quel sabato, alla Fiat, tutti gli operai e gli impiegati, una volta invaso d’acqua lo stabilimento e venuta meno la corrente elettrica, rimasero al buio e al freddo. Evacuati in elicottero con la protezione civile nelle ore successive. Termoli andò in cronaca nazionale.

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