Termoli. Fine del contratto e in malattia, sette tecnici in meno al laboratorio analisi del San Timoteo

Tre tecnici hanno cessato di lavorare il 30 giugno scorso, quattro sono stati in malattia a partire dal 2 luglio e i due restanti devono barcamenarsi in turni assurdi. Novanta gli utenti che sono stati accolti ieri all’ospedale San Timoteo al Laboratorio analisi, ma ormai si accettano solo le urgenze e le liste d’attesa per fare gli esami sono giunte già a oltre il 20 luglio. E’ questa la situazione che si è cristallizzata in viale San Francesco, peraltro attesa. Chi ha contratti a tempo determinato deve interrompere il lavoro almeno per 10 giorni, sempre che vengano riconfermati, e il laboratorio in piena estate va in tilt. Vanno coperto turni e settori h 24, considerando riposi obbligatori e ferie. Tra le anomalie segnalate anche nel passato, il numero dei dirigenti, nelle diverse forme, superava quello dei tecnici a tempo indeterminato. Anche qui per coprire il vulnus sarebbe necessario ricorrere a concorsi attrattivi e agire con la leva di contratti strutturali, ma qui entra in gioco la politica e l’attesa per la fine del commissariamento, che liberi le risorse necessarie.

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Capitale della cultura 2026, Agnone gioca la sua carta

«Potrebbe essere questo lo strumento di riscatto definitivo non solo per Agnone, ma per tutto l’Alto Molise, per valorizzare sempre di più e soprattutto mettere in mostra le bellezze e i beni culturali custoditi, come uno scrigno, sul nostro territorio». Il sindaco di Agnone, Daniele Saia, commenta così, in anteprima per la nostra redazione, la pubblicazione da parte del Ministero competente dell’elenco delle città e delle unioni dei Comuni candidate a diventare “Capitale della Cultura” per l’anno 2026. Il dicastero retto dal ministro Sangiuliano, agnonese per metà, ha infatti reso noto che sono ventisei le città italiane e le unioni di Comuni che, entro il termine del 4 luglio scorso, hanno inviato la manifestazione d’interesse per il bando “Capitale italiana della cultura 2026”. Presenti 14 regioni italiane, con un’ampia distribuzione geografica da nord a sud della Nazione. E fa un certo effetto vedere che la prima città in elenco è proprio l’Atene del Sannio, la patria degli antichi Sanniti, Agnone appunto.
«La cultura è un grande fattore economico e di sviluppo – aveva dichiarato alla stampa locale il ministro Sangiuliano ospite della cittadina alto molisana in occasione della ‘Ndocciata dello scorso dicembre – Questo territorio, che conosco e porto nel cuore perché mia madre e mio nonno sono nati ad Agnone, ha delle grosse opportunità di crescita proprio nel settore culturale; sono enormi le potenzialità di una cultura antica, di grande tradizione. Gli agnonesi e i molisani si sono fatti onore in tutto il mondo. Noi, con il contributo del Ministero, dobbiamo far sì che questa grande cultura riemerga per fare in modo che il Molise entri nei grandi circuiti culturali e turistici nazionali». Parole che sembrano profetiche se lette alla luce dell’elenco delle candidature pubblicate ieri dal Ministero. «È un’idea e un progetto sul quale stiamo lavorando da tempo, sin dall’inizio del nostro insediamento quale amministrazione comunale di Agnone. – riprende il sindaco Saia, con intuibile orgoglio – Ripeto, tuttavia, che sarebbe una grande opportunità di rilancio e di sviluppo, nonché di visibilità, non solo per Agnone, ma per l’Alto Molise e l’intero Molise più in generale. Prendiamola, tutti insieme, come una grande sfida, alla quale dobbiamo saper rispondere perché ne abbiamo le capacità e soprattutto abbiamo tutte le carte in regola per ottenere questo straordinario risultato».
Per proseguire la corsa verso il titolo, le aspiranti Capitali dovranno perfezionare la loro candidatura inviando, entro il prossimo 27 settembre, un dossier che sarà sottoposto successivamente alla valutazione di una commissione composta da sette esperti indipendenti di chiara fama nel settore della cultura, delle arti, della valorizzazione territoriale e turistica. «Siamo già al lavoro per la produzione del dossier – ammette Saia – La concorrenza è forte e quotata, ma già ci riempie di orgoglio essere l’unica sede del Molise che aspira a diventare Capitale della cultura». Scorrendo la lista degli aspiranti, infatti, emerge, tra l’altro, che la candidata più vicina è L’Aquila, il capoluogo d’Abruzzo, o Lucera in provincia di Foggia, fino a Senigallia nelle Marche. Per il resto ci sono candidature da regioni molto distanti dal Molise. «L’eventuale riconoscimento ad Agnone sarebbe anche un segnale di attenzione nei confronti delle zone interne della Penisola da parte del Governo centrale» aggiunge Saia, perorando la “causa” alto molisana. Passando ai dati più tecnici, il dossier di candidatura dovrà contenere un titolo; il progetto culturale della durata di un anno, inclusivo del cronoprogramma e delle singole attività previste; l’organo incaricato dell’elaborazione e promozione del progetto, della sua attuazione e del monitoraggio dei risultati, con l’individuazione di un’apposita figura responsabile; la valutazione di sostenibilità economico-finanziaria del progetto culturale proposto; gli obiettivi perseguiti. Entro il 15 dicembre 2023, la commissione definirà la short list delle 10 città finaliste, e la procedura di valutazione – dopo l’audizione pubblica dei progetti finalisti entro il 14 marzo 2024 – si concluderà per il 29 marzo 2024 con la proclamazione della Capitale italiana della cultura 2026. L’ultima città ad essere insignita del titolo è stata Agrigento per il 2025, preceduta da Pesaro che diventerà capitale della cultura nel 2024 e da Bergamo e Brescia che sono insieme la Capitale italiana della cultura attualmente in carica per il 2023. La prima a ottenere questo riconoscimento è stata Mantova nel 2016. Poi sono seguite Pistoia nel 2017, Palermo nel 2018 e Parma nel 2020, titolo prorogato anche nel 2021 a causa dell’emergenza Covid-19, nel 2022 è stata Procida. La città vincitrice, grazie anche al contributo statale di un milione di euro, potrà mettere in mostra, per il periodo di un anno, i propri caratteri originali e i fattori che ne determinano lo sviluppo culturale, inteso come motore di crescita dell’intera comunità. «Agnone e l’Alto Molise hanno tutte le carte in regola per ambire a questo riconoscimento che darebbe a tutto il territorio una visibilità a livello nazionale e internazionale» chiude il sindaco Saia incrociando le dita. «L’Alto Molise ha tanto da offrire: una storia millenaria come testimonia la Fonderia Marinelli. La cultura come antidoto allo spopolamento e all’abbandono del territorio. Si può fare molto per Agnone e il Molise. Prendo questo impegno» aveva chiuso a dicembre il ministro Sangiuliano. È arrivato il momento di mantenere la parola data.

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I quattro amici di Palata che volevano cambiare il mondo promuovendo la libertà

«Un racconto di un decennio di ex ventenni, un campione rappresentativo di una delle poche realtà che negli anni ’80, soprattutto in Molise, si era tuffata a capofitto nella militanza politica. La curiosità di riscoprire “come eravamo” si mescola a quella di scoprire cosa è rimasto di quello antico impegno politico, della genuina passione civile e della splendida militanza politica in noi sulle soglie dei sessant’anni».
È così che Giovanni Russo Spena che di “Giovani ribelli e sognatori “– edito da Casa del Popolo – ha curato la prefazione cesella l’impegno portato a termine dai quattro amici: Antonio D’Alò, Fabio Lemme, Angelo Lamelza, Domenico Vitulli di ricordare, insieme ad Italo Di Sabato – senza rigurgiti nostalgici né compiacimenti narcisistici – quel loro spicchio di giovinezza trascorso vivendo l’impegno attivo della partecipazione politica.
In effetti negli anni ’80 il mondo stava già cambiando e non proprio in meglio. Gli anni d’oro del cosiddetto miracolo economico in cui grazie ad una forte produzione industriale di riconosciuta qualità – ottenuta utilizzando manodopera a basto costo salariale – aveva conquistato il mondo tanto che una giuria internazionale aveva attribuito alla moneta italiana, alla nostra povera, vecchia e cara lira, l’Oscar della moneta più salda tra quelle del mondo occidentale, avevano cambiato le abitudini della gente che poteva permettersi più cose di quelle delle quali aveva fatto uso in precedenza arrivando ad assaporare finanche il piacere del superfluo. Gli anni ottanta – dicono i protagonisti di quell’epoca – sono: «L’età del sentimento e del privato, della citazione e dei media, della fine dell’ideologia, il tempo del glamour e dell’ottimismo. È un mondo che si autocelebra nell’effervescenza lucida del trucco della neo televisione, nei muscoli tonici di una seduta di aerobica, nei riti del divertimento collettivo, la discoteca, la vacanza esotica, il look che rimescola tutti i vecchi stili e inventa nuove identità urbane, nell’amore per il superfluo, nella febbrile curiosità per le nuove meraviglie tecnologiche, nel pulsare degli schermi del personal computer. Sullo sfondo, il tramonto dell’assalto al cielo con il quale si era costruita la marcia in avanti».
Nella piccola Palata impoverita dall’emigrazione come del resto l’intero Molise, i giovani militando in Democrazia Proletaria, guardano avanti con occhi che travalicano i confini geografici. Le discussioni che li tengono impegnati fino allo sfinimento, i progetti, gli orizzonti condivisi non rispondono all’obiettivo di coltivare l’orticello, semmai alimentano il sogno di un mondo nuovo le cui radici potrebbero attecchire proprio partendo dal loro piccolo centro. Un mondo libero dagli armamenti nucleari, no global, che bandisce lo sfruttamento economico sociale e culturale dei Paesi più deboli; un mondo nuovo al cui interno tutti insieme si concorre alla costruzione del bene comune. Sono ragazzi poveri in canna, figli di gente che conosce e si attiene alla modestia, giovani senza mezzi economici ma, animati da quel tipo di caparbietà capace di produrre miracoli, insomma si ingegnano in ogni modo pur di arrivare a far circolar le loro idee e conquistare risultati e proseliti. A Palata occupano una sede così angusta da dover fare i turni quando si riuniscono per discutere di politica, e i problemi, i fermenti, le idee, la concretezza delle proposte oltrepassano l’uscio e si propagano nella piazza contaminando anche i più scettici rispetto all’affidabilità dei loro progetti. Realizzano striscioni, ciclostili, manifesti. Presidiano le fabbriche trascorrendo intere nottate con gli operai che lottano per difendere salari e posti di lavoro. Procurandosi mezzi di fortuna viaggiano, partecipano agli appuntamenti politici nazionali di Roma e Milano testimoniando che il Molise c’è e, maturando al tempo stesso esperienze che alimentano il confronto, determinano la loro crescita in campo sociale e politico. A Sigonella protestano contro la Nato e gli insediamenti di armi nucleari e fanno sentire la loro presenza anche nella crisi diplomatica tra Craxi e Reagan. Il paese, Palata, a poco a poco li accoglie. La gente ascolta le ragioni delle loro proteste, non li considera inutili sognatori e incomincia a partecipare, e per quanto possibile a sostenerli anche economicamente. Nel periodo in cui l’acqua non sgorga più dai rubinetti di casa tutti insieme danno vita ad un comitato di lotta che protestando sotto la sede della Regione ottiene giustizia del diritto negato.
“Giovani ribelli e sognatori” oltre che un libro storico scritto con stile accorto quanto agile, è un diario che cattura il lettore che scorrendo le pagine si immerge nella narrazione di un percorso generazionale mai altrimenti narrato né tantomeno celebrato. Frutto di un lavoro collettivo esso assolve l’impegno di colmare un vuoto di gestione documentale di ampio valore sociale. Ripercorrendo fatti ed avvenimenti di allora sia in campo nazionale che internazionale, alcuni oltremodo drammatici e misteriosi, ci accorgiamo che essi costituiscono le pagine più dolorose della nostra storia collettiva. Avvenimenti che dopo la bufera provocata da tangentopoli abbiamo fatto in fretta a dimenticare. «La pietà è assassina se perdona coloro che uccidono» scrive Shakespear e il nostro malinteso senso della pietà favorito da una procurata distrazione edonistica ci ha consentito di assolvere una intera classe politica colpevole di abusi e misfatti mai completamente chiariti consentendo la nascita di una cosiddetta nuova repubblica con radici comportamentali, in quella passata dalla quale, sono comunque stati ereditati metodi di un’illegalità tutt’ora praticata.
È un libro che rappacifica i genitori ai figli. I primi preoccupati dell’avvenire di quella generazione che sfuggiva al controllo paterno alla quale non si chiedeva altro che procurarsi «una donna e un impiego in banca» impaludati com’erano nella rassegnazione del «munne eva e munne è» e loro, i giovani, protesi nel liberarsi dal giogo dell’oppressione e della dipendenza dal potente di turno. «Noi siamo stati questo – dicono i quattro amici di Palata – abbiamo sempre privilegiato la nostra fantasia. Una liberazione dalle ipocrisie, dalle retoriche, dal dominio opprimente del “senso comune” di tutto quell’insieme di sensi e vincoli che finiscono per intrappolarci nell’immobilità dell’ordine costituito. Questa ricerca di “liberazione” che ha chiamato in causa tutte le nostre risorse e ci ha coinvolto in tutto il nostro modo di essere e di pensare, ci ha fatti sentire anche isolati perché non abbiamo accettato le risposte molte volte semplici e consolatorie di cui si nutriva e si nutre ancora tutt’oggi la politica corrente.
Il potere ha sempre questa forza corrosiva, livellatrice, e tende ad appiattire le differenze, a svuotare tutti gli spazi di autonomia. Nell’attivismo politico abbiamo visto all’opera questa logica, questo meccanismo ed abbiamo cercato di immettere nella politica le risorse di una libera partecipazione».

Vittoria Todisco

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