Campobasso. Giù dalle torri, perquisito l’ufficio del 40enne

I carabinieri sono ancora al lavoro per inserire tutti i tasselli del puzzle e fare piena luce sulla morte di Carmine Petrillo, il 40enne trovato privo di vita, domenica 12 novembre, ai piedi del complesso residenziale ‘Le torri’ di via De Sanctis. Le indagini, disposte dal pm Vittorio Gallucci che ha iscritto sul registro degli indagati tre persone con l’ipotesi di maltrattamenti, vanno avanti e ieri mattina i militari sono tornati nella sede dell’Ente dove il 40enne lavorava. Una perquisizione più che altro tecnica, dedicata alla catalogazione degli elementi posti sotto sequestro, che si è concentrata nell’ufficio di Petrillo e del suo collega, quest’ultimo inserito dalla Procura tra le parti lese. Intanto i tre indagati – uno abruzzese e due molisani- difesi dagli avvocati Matteo Marcheggiani e Silvano Coromano, non sono ancora stati ascoltati dal magistrati, né, almeno per il momento, hanno ricevuto comunicazioni in merito, come riferisce il legale Coromano.
La famiglia della vittima è invece rappresentata dall’avvocato Antonietta Fortunato. Terminati gli accertamenti tecnici sul cellulare del 40enne, si attendono ora gli esami sul computer, insieme ai risultati dell’autopsia e dell’esame tossicologico che potrebbero fornire elementi chiave per stabilire sia la causa del decesso sia se Petrillo avesse assunto farmaci particolari o altre sostanze prima della tragedia.

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«Non solo la scuola, il cambio di cultura deve coinvolgere l’intera società»

Sono oltre cento le donne vittime di femminicidio dall’inizio del 2023. Un dato agghiacciante che dimostra quanto ancora ci sia da fare per porre fine, una volta per tutte, ad un fenomeno spaventoso che continua a mietere vittime innocenti strappandole, con spietata ferocia, all’affetto di chi quelle madri, figlie, amiche e sorelle le ama per davvero.
Vite spezzate come quella di Giulia Cecchettin, studentessa 22enne di Vigonovo (Venezia), uccisa per mano del suo ex.
Una morte che ha sconvolto l’Italia intera e che, al contempo, ha smosso le coscienze di chi, nel contrasto al fenomeno, può fare la differenza.
Mercoledì al Senato, dopo il voto all’unanimità alla Camera, è stato approvato il disegno di legge per il rafforzamento delle misure di tutela delle donne in pericolo, mentre la premier Meloni ha annunciato un aumento considerevole dei fondi per il piano anti-violenza e per la tutela delle donne in uscita da situazioni di maltrattamenti. È già pronta, inoltre, una campagna di sensibilizzazione nelle scuole. Insomma, qualcosa si sta muovendo.
Anche il Molise non è esente da questo triste fenomeno. Solo negli ultimi mesi, come ha dichiarato ai microfoni di Teleregione il dirigente della Squadra Mobile, Marco Graziano, la media dei codici rossi in provincia è aumentata, registrando anche tre casi al mese. Senza tralasciare quei tantissimi casi “sommersi” che, per paura di ripercussioni, faticano a venire alla luce.
Tante le attività poste in essere sul territorio per sostenere le vittime. A svolgere da anni un ruolo concreto c’è anche la dottoressa Desiree Mancinone, psicologa psicoterapeuta esperta di violenza e discriminazioni di genere, che da anni è professionalmente attiva nel sostegno a donne e minori che si trovano in tali condizioni e nel contrasto al fenomeno dei maltrattamenti.
Dottoressa, in quanti modi si manifesta la violenza di genere?
«La violenza di genere si manifesta in moltissimi modi, dalle più note forme di violenza fisica, psicologica o economica, alla violenza sessuale e allo stalking, ma anche il “revenge porn”, e i gruppi cosiddetti degli “stupri online”. E ancora i matrimoni forzati e le cosiddette “spose bambine”, in crescita anche in Italia, le molestie e discriminazioni in campo lavorativo e molte altre forme ancora. Come vediamo c’è una panoramica molto articolata e complessa da conoscere bene per contrastare appieno tali realtà. Inoltre, come diciamo sempre, la nostra è una cultura improntata a considerare un genere meno valido rispetto all’altro. Questo è ciò di cui si parla quando si dice che la violenza di genere rappresenta un problema culturale. La cultura patriarcale, di cui tanto si sente parlare in questi giorni – ma che in realtà è una tematica che si affronta da decenni nell’ambito degli studi di genere – è basata proprio su questo, ovvero avalla il fatto che uno dei due generi, nel caso specifico quello maschile, abbia più diritti dell’altro. D’altronde ce lo insegna la storia. Pensiamo, ad esempio, a quando le donne hanno potuto finalmente votare, a quando hanno avuto accesso a determinate professioni o allo studio universitario e alle leggi che hanno definito una volta per tutte come reati comportamenti che prima venivano considerati normali ed accettabili».
Quanto può incidere anche un singolo episodio di violenza sulla vita della vittima?
«La violenza impatta a 360 gradi sulla vita delle vittime, perché le condizioni di violenza di genere e di maltrattamenti nelle relazioni si riflettono in tutti gli ambiti: a livello psicologico, possono danneggiare fortemente la psiche andando a creare traumi e uno stato di malessere anche sullo stato psicofisico di chi ne è vittima. Possono generare perdita di fiducia ed autostima, condizioni di ansia e panico, disturbi del sonno e dell’alimentazione, depressione, difficoltà a concentrarsi e perdita della memoria, dolori ricorrenti nel corpo, difficoltà nel gestire i figli, perfino autolesionismo o idee di suicidio. È molto importante far sapere a tutte le donne che gli aiuti ci sono e che non sono sole.
Sono situazioni complesse, ma dalle quali si può assolutamente uscire».
Cosa ne pensa della proposta del ministro Valditara di inserire nella programmazione scolastica l’educazione all’affettività? Pensa possa essere un valido strumento per contrastare il fenomeno?
«È sicuramente utile lavorare nelle scuole su una educazione all’affettività, alla sessualità e alle emozioni. Chiaramente va realizzata da persone competenti e formate e coerentemente con gli studi e le ricerche accreditate scientificamente, perché, come vediamo, la questione è molto seria.
Ovviamente ci auguriamo tutti che ciò possa avere degli effetti positivi. Ma non dobbiamo demandare tutto alla scuola. È un percorso che deve toccare anche altri ambiti: la famiglia, ad esempio, ma soprattutto la società. Deve cambiare l’occhio e la considerazione delle donne e del genere femminile nel contesto sociale. E questo cambio di cultura deve permeare l’intera società. Non può essere relegato esclusivamente nell’ambito scolastico o familiare. Così come per il razzismo non è necessario averlo subito per contrastarlo, non dobbiamo fare l’errore di creare schieramenti “uomini contro donne”, bensì dobbiamo unirci per contrastare tutto questo e promuovere un cambiamento, come persone ed esseri umani, a prescindere dal genere di appartenenza».
A breve ci sarà la presentazione di un progetto molto importante riguardante la tematica del femminicidio che la vedrà impegnata come tutor regionale. Di cosa si tratta?
«Si tratta del progetto Airone che verrà presentato il prossimo 1° dicembre presso la Regione Molise e riguarda la tutela degli orfani di femminicidio. È un progetto presente in sei regioni del Centro Italia. Si occuperà della presa in carico di orfani e famiglie affidatarie, che si trovano a vivere una condizione molto critica e complessa, ma una parte importante sarà dedicata proprio alla formazione delle categorie professionali e alle attività di sensibilizzazione sulle tematiche della violenza di genere e del femminicidio.
Un progetto che in Molise mancava e che fornirà un ulteriore supporto a chi ha toccato con mano, tragicamente, il fenomeno della violenza».
Cosa consiglia alle donne vittime di violenza?
«Di chiedere aiuto perché non sono sole. Il numero di pubblica utilità 1522 è attivo h24 sia telefonicamente sia via internet per fornire aiuto, informazioni o anche un consiglio. In base ai propri territori, poi, si viene indirizzate con garanzia di anonimato e con aiuto anche in altre lingue oltre all’italiano».
sl

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«I tagli agli sportelli bancari condannano le aree interne»

No alla desertificazione bancaria e alla chiusura delle filiali. Lo ha ribadito ieri in piazza a Campobasso la Uilca, insieme alla Uil Molise, nella tappa molisana della campagna itinerante sul tema che vede anche il supporto dell’Upi e dell’Uncem.
In Italia i dati rilevati dal Centro Studi Uilca “Orietta Guerra” sono allarmanti: negli ultimi anni i comuni serviti da banche sono diminuiti del 10,9%; a fine 2022, su 7.901 comuni il 39% non offre l’accesso al servizio bancario; dal 2018 al 2022 gli sportelli bancari sono diminuiti del 17,4% (-4.423 filiali); calo occupazionale nel settore di ben 14.020 posti, pari al 5%.
Nello stesso periodo in Molise sono stati chiusi 28 sportelli bancari (-25,7%, da 109 a 81); sono stati persi 59 posti di lavoro (-10%, da 592 a 533); i comuni serviti da banche sono in calo del 38,5%, passando da 39 a 24 (-15); al 2022, il 36,4% degli abitanti (106.483 persone) non ha accesso allo sportello bancario.
Per la segretaria generale della Uil Molise Tecla Boccardo «la desertificazione bancaria è l’anticamera dell’abbandono delle aree interne da parte anche di cittadini e imprese, maggiormente sentita proprio in Molise dove ci sono sempre meno sportelli, con il rischio che i problemi per cittadini ed imprese aumentino soprattutto nelle aree interne, prevalentemente abitate da anziani che difficilmente sono in grado di utilizzare le procedure online e vanno messi in condizione di fruire dei servizi bancari sul territorio».
Aggiunge il segretario generale Uilca Molise Ermando Ciocca che «va considerata l’identità del territorio, soprattutto per quanto riguarda il tessuto socio-economico. Il Molise è una terra di forte imprenditoria locale che fa delle proprie eccellenze la prima fonte di prosperità: se non mettiamo al fianco degli imprenditori molisani una struttura bancaria ben capillarizzata, efficiente e attenta alle loro necessità si colpiscono non solo le aziende in essere ma si va a limitare di molto la nascita di nuove attività. La regione soffre da anni di una fuga costante di giovani che si allontanano a causa delle scarse possibilità lavorative: se si continuano a chiudere gli sportelli bancari non si farà altro che accelerare il fenomeno. Da tutelare è anche la componente meno giovane della popolazione molisana: va garantito il pieno accesso ai servizi bancari tramite uffici che permettano il contatto diretto con i dipendenti, non solo con bancomat ed applicazioni».
I due sindacalisti quindi concludono: «Il Molise deve evitare con ogni mezzo lo spopolamento e l’abbandono delle aziende, sfruttando al meglio le risorse del Pnrr in sinergia con i fondi europei, cofinanziando progetti che vanno verso la direzione della sostenibilità e valorizzazione delle nostre eccellenze, del nostro patrimonio paesaggistico, ambientale e culturale delle aree interne».

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