Ddl Calderoli, la Diocesi di Trivento: progetto miope che mina l’unità del Paese

Non tarda ad arrivare la risposta del vescovo di Trivento alla lettera aperta inviata dagli insegnanti di religione (Snadir) ai quattro prelati della chiesa molisana sollecitando una presa di posizione sul Ddl Calderoli (autonomia differenziata) così come ha fatto l’arcivescovo di Napoli, monsignor Domenico Battaglia. La nota porta in calce la firma di don Alberto Conti, direttore della Caritas Diocesana.
«Questa Caritas Diocesana di Trivento, in comunione d’intenti con il Vescovo Monsignor Claudio Palumbo e il presbiterio diocesano, non può non registrare, come d’altronde sta avvenendo un po’ ovunque e in particolare nelle aree interne e nel Mezzogiorno, le crescenti preoccupazioni delle popolazioni del nostro territorio rispetto al progetto del Governo Meloni sull’autonomia differenziata già approvato al Senato e ora in discussione alla Camera dei Deputati. Non solo da parte di trenta vescovi del Sud riuniti recentemente a Benevento per la difesa delle aree interne, ma ormai nella stessa Conferenza Episcopale Italiana, attraverso interventi molto chiari dello stesso Cardinale Matteo Maria Zuppi, si stanno sottolineando i pericoli per i più poveri rappresentati dal Disegno di Legge 615 voluto dalla Lega e sostenuto dalle altre forze dell’attuale Governo. In particolare il cardinale Zuppi ha espresso “la preoccupazione sui rischi connessi alle proposte di autonomia differenziata: il timore è che possa indebolire i legami di solidarietà che promuovono la persona e rendono coesa la comunità nazionale”, ricordando che “Non c’è futuro per il Paese senza un progetto per le aree interne: ne va del futuro del Paese e delle aree metropolitane, è questione di qualità della vita nelle aree metropolitane oltre che in quelle interne”. In buona sostanza leggendo questo Disegno di Legge è molto chiara l’idea che lo sottende e permea tutti i suoi articoli: pretendere di trattenere più risorse dal gettito fiscale della propria regione chiedendo di gestire ben 23 materie tra cui alcune delicatissime come la sanità, l’istruzione, le politiche di tutela ambientale come dell’immenso patrimonio storico-artistico. Siamo di fronte al progetto di una borghesia miope che mira a un attacco all’unità del Paese e a una differenziazione dei diritti dei cittadini in relazione alla ricchezza delle regioni. La memoria storica dei Livelli Essenziali di Assistenza nella sanità soprattutto durante la pandemia è sufficiente per rimanere fortemente perplessi di fronte ai Livelli Essenziali delle Prestazioni che si vorrebbero garantire magari su un piano minimo a tutti lasciando a chi ha più risorse e dunque alle regioni facoltose la possibilità di finanziarli a livello di eccellenza. Senza un’uniformità di prestazione dei servizi su tutto il territorio nazionale siamo davvero alla negazione del principio di eguaglianza dei cittadini nei loro diritti fondamentali così chiaramente espresso dalla Costituzione Italiana. Tutto questo non garantirebbe di sicuro l’unità giuridica ed economica del Paese creando una frammentazione delle competenze sul piano regolativo ma anche a livello salariale con premialità che innescherebbero difficoltà e discriminazioni tra popolazioni di regioni diverse. Non possiamo permettere di accrescere diseguaglianze già troppo elevate tra i territori mentre siamo convinti che occorra una gestione nazionale dei servizi fondamentali ai cittadini disegnando piuttosto e al più presto un progetto di accorpamento razionale delle regioni e di sviluppo equo per l’intera Italia smettendo di marginalizzare aree già troppo povere. La Caritas in tutte le sue attività muove la sua azione ispirata al principio evangelico della condivisione; è chiaro quindi che non può assolutamente accettare questo progetto di autonomia differenziata che, opponendosi al concetto di solidarietà e di collaborazione, vorrebbe una società fondata sulle logiche dell’individualismo e della competizione che sono davvero lontane dal messaggio del Vangelo. Don Luigi Ciotti, che ben conosce la fatica di chi continua a vivere nei nostri piccoli paesi di montagna, che si spopolano giorno dopo giorno, ha scritto: “Il disegno di legge sull’‘autonomia differenziata’ rivela una politica che persegue obiettivi diametralmente opposti a quelli del bene comune. Una politica che, invece di unire, divide, che invece di garantire l’universalità dei diritti sociali e civili trasforma quei diritti in beni di mercato, in privilegi economici, tradendo così i princìpi costituzionali, base di quel progetto ideato dai ‘padri’ della Repubblica per eliminare le disuguaglianze sociali ed economiche e per garantire a tutti i cittadini i diritti che rendono tale una democrazia: il diritto al lavoro, alla casa, allo studio, all’assistenza sanitaria. Tradimento che, nella presente circostanza, non ha peraltro nemmeno il coraggio di dichiararsi tale, ricorrendo a un uso manipolato e manipolatorio delle parole”, perché – continua don Luigi – “autonomia differenziata” è “espressione che, all’apparenza, non desta scandalo perché unisce due concetti – ‘autonomia’ e ‘differenza’ – che applicati all’esistenza umana e al contesto sociale rimandano a valori positivi. Tutti dovremmo essere riconosciuti nella nostra diversità e libertà – osserva –. Il punto è che questi concetti vengono qui applicati alla sfera dell’economico e dell’amministrativo, sicché ‘autonomia’ diventa potere di fare senza rendere conto, e ‘differenziata’ maggior potere a chi è già più ricco e forte».

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«Su Decreto Molise e primari non possiamo più attendere oltre»

Nicola Felice, presidente del comitato San Timoteo, è intervenuto direttamente, sabato scorso, per relazionare sulla sanità nel corso di formazione politica che ha organizzato, occasione per dire anche alcune cose sull’attualità del mondo dei camici bianchi nel Molise, ma anche per trarre un primo e sommario bilancio dell’iniziativa che sta per volgere al termine. «Ritengo soddisfacente i numeri di questo corso che, ormai, sta giungendo a conclusione. Sono fiducioso. E’ da novembre che ho espresso un po’ di ottimismo dopo l’incontro che abbiamo avuto con l’ufficio commissariale. Un incontro significativo dove abbiamo espresso le nostre problematiche e le nostre richieste. I primi risultati iniziano a vedersi. La richiesta di fare i bandi di concorso per il San Timoteo per le unità operative complesse si sta avverando, ed è pure importante il passaggio dell’unità operativa dipartimentale di Cardiologia in unità operativa complessa. La nuova proposta del Pos dei commissari Bolognini e Di Giacomo, è una condizione necessaria, perché la programmazione prevede gli interventi che l’Asrem, poi, dovrà mettere a terra e realizzare. Ma per essere sufficiente necessita della parte fondamentale che è quella economica e spetta, praticamente, alla politica. Questo si può ottenere dal famigerato Decreto Molise. E noi avevamo chiesto l’impegno all’allora candidati di ogni partito che avevano sottoscritto e che oggi risultano eletti. Il Decreto Molise a oggi non ancora si verifica e noi continuiamo a dire che il decreto deve essere simile a quello della Regione Calabria. Ci sono 21 sistemi regionali, ogni Regione ha una sua programmazione e una sua realizzazione di servizi. Oggi si evince grazie all’ultimo studio dello Svimez che c’è sfiducia da parte dei cittadini e c’è molta mobilità dal Sud verso il Nord». Poi, Felice ha commentato la notizia della stabilizzazione dei 132 infermieri. «Si inizia a dare per il futuro, anche immediato, una nuova prospettiva. Avanti così! Ora saremo vigili e assillanti verso la dirigenza Asrem affinché le tutte procedure concorsuali per l’assunzione del personale sanitario, iniziando da quelli già indetti per i Primari delle Unità operative Complesse del San Timoteo, dovranno essere completate con sollecitudine e in tempi brevi. Diversamente a quanto in passato avveniva, con le lungaggine, al punto che anche per la solo stipula del contratto con il personale vincitore dei concorsi trascorrevano mesi, se non persino qualche anno. Tanto che non pochi rinunciarono all’incarico avendo nel frattempo trovato altro, e forse di meglio, in altre regioni. Ciò non in futuro non dovrà più accadere!»

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Campobasso. La Medaglia nascosta, Nicola Felice scrive al sindaco: i caduti del Tiro a segno meritano rispetto

Il Sindaco Paola Felice in questi giorni troverà sulla scrivania la lettera aperta firmata da Nicola Felice nel ruolo di presidente del “Comitato per la Memoria della Bonifica dei campi minati”. Lettera con la quale si intende sottolineare la pecca di scarsa visibilità che sul gonfalone cittadino viene riservata alla Medaglia di Bronzo al Merito Civile conferita nel 1995 alla Città di Campobasso dallo Stato Italiano con l’intento di onorare la memoria di coloro che caddero nell’adempimento del compito di ricerca e smaltimento dei residuati bellici, negli anni del primo dopoguerra.
Quella puntualizzata da Nicola Felice può sembrare una rimostranza di poco conto, se vogliamo un’inezia. Chi è che fa caso alle medaglie, a quante esse sono, e cosa rappresentano su uno stendardo che testimonia la partecipazione della città ad una cerimonia? Pensiero magari che può essere formulato dalla gente comune che ormai non bada più troppo ai simboli ma che non può albergare nella mente di caoloro che indossano gli abiti di teste pensanti dell’amministrazione pubblica. La storia, quella di un territorio o di una località, la si può scrivere e raccontare anche attraverso i simboli. E, quella medaglia di bronzo che per colpa di un nastrino non adatto e non ben posizionato tende a cadere nella parte posteriore del gonfalone e rimanere inutilmente pendente finisce con essere esonerata dall’esprimere l’importante significato storico che rappresenta con il rischio che si cancelli la memoria di una pagina eroica e dolorosissima della nostra storia. Del resto oltre al trascorrere del tempo basta poco per cancellare, correggere, negare o addirittura mistificare un episodio che ha avuto un suo ruolo nella storia collettiva. E di qualche settimana fa l’approdo nelle librerie, non solo molisane, dell’ultimo saggio dello storico contemporaneista Massimiliano Marzillo che a tale proposito scrive: «Va da sé che, quando si affrontano temi delicati, il linguaggio assume una connotazione assai rilevante e, così, un avverbio, un sostantivo, una interiezione o un monosillabo possono essere adoperati, volutamente o per imperizia, per accentuare o amplificare oltremodo un fatto poco significativo».
Il Marzillo docet vale per le parole ma ancor più per i simboli e quella medaglia di bronzo nel rendere onore e merito agli uomini che nel pomeriggio del 21 giugno del 1946 perirono per l’improvvisa esplosione di decine di mine improvvidamente conservate all’interno dell’edificio del Tiro a Segno, nei pressi della collina di San Giovannello, esprime sentimenti di imperitura riconoscenza oltre a raccontare un lutto dolorosissimo e uno degli ultimi tributi di sangue e lacrime che la popolazione civile ha pagato per una guerra inutile. Furono in 18 a morire terribilmente dilaniati da quell’esplosione e, quella medaglia, la prima che è stata conferita alla Città di Campobasso accomuna la strage di allora ad un tributo di pietà e gratitudine collettiva dovuta alle centinaia di persone, uomini: giovani e attempati, che, per necessità di sopravvivenza, scelsero di svolgere un lavoro pericolosissimo e ingrato liberando il territorio italiano da ogni sorta di ordigni rimasti inesplosi consentendo così la rinascita di ogni attività lavorativa.
Nicola Felice chiede al Sindaco di provvedere a far collocare la Medaglia di Bronzo sul lato sinistro del gonfalone, rispettando la cronologia del conferimento, al centro quella conferita dal Ministro della Difesa per onorare la memoria dei tre fratelli Pistilli Sipio e la medaglia dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio sul lato destro.
V.T.

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