Il cuore immenso del Molise ‘fa volare’ la speranza per Miriam

È decollata con un carico di speranza e amore la piccola Miriam, diretta negli Stati Uniti per ricevere la sua prima infusione di cellule staminali. Un viaggio preparato con il cuore da una comunità intera, che in pochissimi giorni ha compiuto un’impresa straordinaria: raccogliere oltre 99.160 euro per sostenere le cure della bambina.
«Avete fatto qualcosa di straordinario!», scrivono mamma Jole, papà Riccardo e il fratellino Francesco in un post che racconta tutta l’emozione di un momento tanto atteso quanto delicato. «Ci avete creduto, avete condiviso, avete donato. E in pochissimo tempo abbiamo raggiunto un traguardo che sembrava impossibile. La raccolta è andata oltre ogni aspettativa».
La risposta della gente è stata travolgente. In pochi giorni, la storia di Miriam ha fatto il giro dell’Italia, toccando il cuore di migliaia di persone che hanno deciso di contribuire, ognuna a modo proprio, affinché questa bambina tenace potesse avere una possibilità in più.
E la raccolta non si ferma qui.
In molti si stanno chiedendo se sia ancora possibile partecipare alla campagna. La risposta è sì: la raccolta fondi resta aperta. I genitori assicurano che ogni euro continuerà ad essere gestito con la massima trasparenza su un conto dedicato, e che l’abbraccio collettivo ricevuto finora potrà trasformarsi, un domani, in qualcosa di ancora più grande.
«L’amore che ci avete donato – scrivono – potrebbe diventare un progetto più ampio, per sostenere anche altri bambini e famiglie che stanno affrontando sfide simili alla nostra».
La storia di Miriam non è solo quella di una partenza, ma anche di una promessa: quella di una comunità che ha scelto di restare accanto a lei, passo dopo passo, con il cuore e con la preghiera.
Chi volesse contribuire può farlo attraverso i canali ufficiali già attivi. Ogni gesto è un seme di speranza. Per Miriam. E per chi, come lei, lotta ogni giorno con coraggio.

ppm

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Il maestro che pagò due volte, storia di un reduce di Salò

Il 25 aprile divide ancora l’Italia tra chi celebra e chi resta nell’ombra. Tra questi ultimi c’era Vittorio Delli Quadri, maestro elementare stimato da generazioni di alunni agnonesi, la cui storia familiare illumina le profonde lacerazioni della memoria collettiva italiana.
«Mio padre non fu mai attratto da teorie socialiste nonostante le origini poverissime», racconta il figlio Enzo Carmine. «Apprezzava ciò che il fascismo stava producendo: l’Inps, le 40 ore settimanali, l’Iri, le bonifiche delle paludi pontine e pugliesi. Ma non amò mai indossare la camicia nera, a differenza di molti notabili del paese che poi, nel dopoguerra, presero il potere sotto le insegne della Democrazia Cristiana».
La sua odissea iniziò con la chiamata alle armi nel 1941. «Rispose al dovere verso lo Stato e lasciò una moglie e due figli, di cui io, nato nel ‘40. Non lo rividi per sei anni», ricorda Enzo.
«Durante la sua assenza, ricevemmo una cartolina con una croce nera che lo dava per morto. Ricordo mia madre disperata che si dava pugni sulla pancia mentre io, attaccato alla sua gonna, avevo tanta paura».
L’8 settembre 1943 segnò la sua condanna. «Si trovava in Albania quando l’Italia firmò l’armistizio. I tedeschi lo catturarono con tutto il suo battaglione durante una cena e lo deportarono in Polonia, dove gli fu prospettato o combattere con la Repubblica di Salò o finire in un campo di concentramento. Per lui fu una questione d’onore», spiega il figlio. “Dovevi rifiutare!”, gli urlai una volta durante una lite. Non dimenticherò mai i suoi occhi di fuoco: “Io conosco un solo codice, quello d’onore! Chiamato dalle istituzioni, avrei dovuto disertare? Piuttosto la morte che il marchio di disertore”».
Fatto prigioniero dagli Alleati, finì nel campo di Coltano (Pisa). «Vi rimase più di due anni, di cui quasi la metà oltre la fine della guerra dichiarata il 25 aprile 1945», sottolinea Enzo. «Da suoi racconti spezzettati capivo che le sofferenze erano state atroci. Nel campo erano tutti “fascisti” senza nome e senza passato. Si consolava osservando un compagno di sventura molto famoso che, a lume di candela, scriveva quello che oggi il mondo letterario considera uno dei maggiori poemi mai scritti: il grande poeta Ezra Pound stava componendo “I Canti Pisani”. Quella prigionia condivisa con Pound rappresentò per mio padre un paradossale momento di luce in quel periodo buio».
«Il suo ritorno fu segnato da un evento che mia madre considerò miracoloso», racconta ancora Enzo. «Il 24 settembre 1945, raccolse un foglietto strappato con la frase: “Verrà suo marito la Madonna del Rosario”. Fece voto di recitare il rosario quotidianamente se fosse tornato. Il 6 ottobre 1946, proprio durante la messa della Madonna del Rosario, mio padre rientrò a casa dopo cinque anni di assenza».
«Tornò con il marchio infame di fascista e traditore, lui che aveva semplicemente risposto ad una chiamata dello Stato Italiano», evidenzia Enzo con amarezza. «Fu degradato da capitano a soldato semplice e privato del suo lavoro, nonostante avesse vinto un regolare concorso. Il ruolo di maestro elementare gli fu restituito solo qualche anno dopo; nel frattempo, dovette vivere con le elemosine dei suoi parenti. Quando andò in pensione, non gli riconobbero nemmeno gli anni di servizio militare».
«Quella ferita, apertasi l’8 settembre 1943, non si sanò mai», sottolinea il figlio. «Dopo la guerra aderì all’MSI, mentre i veri fascisti della pre-guerra erano diventati quasi tutti democristiani. Non volle mai votare per loro, per il disprezzo che provava, né per la sinistra, sentendosi lontano dall’ideologia comunista».
«Eppure», conclude Enzo, «non sentii mai mio padre gioire delle disgrazie altrui, nemmeno quando cadde il comunismo. Ebbe solo un moto di pietà: “Poveretti, quanto devono aver sofferto!”. In quarant’anni di insegnamento educò circa 200 ragazzi con metodi innovativi, come l’alfabetizzazione diretta o la cartina tridimensionale dell’Italia con sistema elettrico per localizzare le città. Ancora oggi, a vent’anni dalla sua morte, lo ricordano con affetto e commozione. Nessuno riscontrò mai in lui i caratteri di autoritarismo o violenza che si attribuiscono ai fascisti. Ma ancora oggi, mio padre non sarebbe bene accetto in un corteo per la liberazione, nonostante rappresenti una parte della storia italiana che attende ancora di essere compresa».

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«Dalla parte giusta della storia, Resistenza oggi più che mai»

«È sempre tempo di Resistenza». Le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ad ottanta’anni dalla Liberazione, suonano come un monito da seguire oggi più che mai. Un monito che è stato raccolto anche a Campobasso dall’amministrazione comunale e dall’Anpi che hanno celebrato i caduti della Resistenza nelle consuete celebrazioni in piazza della Vittoria e lungo le ‘strade dei partigiani’. Tanti i cittadini che hanno seguito il corteo capeggiato dalla sindaca Forte, dal presidente del Consiglio Varra e dagli assessori Chierchia e Fraracci, accanto al presidente dell’Anpi Molise Tizzani.
«Il 25 Aprile non è una semplice festa. È la Festa della Liberazione – le parole della sindaca Marialuisa Forte il giorno in cui l’Italia spezzò le catene dell’oppressione e riconquistò la libertà. Dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: se oggi siamo qui, è perché una parte del nostro Paese ha lottato, anche sacrificando la vita, per stare dalla parte giusta della storia.
Ottant’anni fa, la nostra Repubblica è nata dalla Resistenza antifascista, dall’impegno di chi ha combattuto per un’Italia libera, giusta e dignitosa. Il 25 Aprile non è una festa neutra: celebra la fine di un regime che negava i diritti e seminava terrore. Il fascismo non può essere ridotto a una semplice zavorra ideologica, ma riconosciuto per ciò che è stato: un sistema oppressivo, ripudiato dalla nostra Costituzione, che ha posto al centro i valori di libertà, giustizia e uguaglianza.
Oggi, più che mai, è necessario non silenziare la memoria e non annacquare la storia. Difendere il 25 Aprile significa difendere la democrazia, riconoscere il sacrificio di chi ha combattuto per i diritti che oggi diamo per scontati e riaffermare che la libertà va preservata, sempre. Nessuna deriva revisionista, nessun tentativo di neutralizzare il significato di questa giornata potrà cancellare la verità: l’Italia è libera perché ha scelto la Resistenza.
Da 80 anni abbiamo la libertà di pensare, di comunicare, di votare, di studiare, di amare. Il 25 Aprile è il fondamento della nostra Repubblica». Dopo l’apposizione di una corona al monumento dei caduti, il corteo ha proseguito in tutta la città donando fiori alle targhe che ricordano i “Martiri molisani per la libertà”, Nino Anagarano, Paolo Morettini, Mario Brusa Romagnoli, Cipriano Facchinetti, Andrea Barbato, Giovanni Porfirio e Mary Neiman, Giovanni Tucci che rappresenta i militari internati rifiutando il fascismo, il Prefetto Giovanni Palatucci e il Capitano dei Carabinieri Massimo Tosti, funzionari dello Stato che seppero scegliere la parte giusta salvando vite con grande coraggio.

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