Skiroll, da Capracotta alla Lettonia: Claudia Di Tanna convocata in Nazionale

«Davvero una bella notizia, quella che arriva dalla FISI, la Federazione italiana degli Sport invernali: Claudia Di Tanna, atleta dello sci club Capracotta, neo campionessa italiana di skiroll, è stata convocata nella squadra nazionale juniores per partecipare alla coppa del mondo in programma tra qualche giorno in Lettonia».
A darne notizia il sindaco di Capracotta, Candido Paglione, che proprio sullo skiroll ha intercettato e investito importanti risorse pubbliche.
«È una soddisfazione incredibile per tutta la nostra comunità oltre che per lo Sci club Capracotta, per il suo infaticabile presidente, Oreste D’Andrea, che da anni segue con passione e professionalità i nostri ragazzi e, naturalmente, per Claudia e la sua famiglia – continua il sindaco Paglione –. E per tutti noi, che stiamo investendo tanto nelle infrastrutture sportive e nelle discipline legate in particolare allo sci nordico, come lo skiroll. La realizzazione del centro Federale a Prato Gentile va esattamente in questa direzione. Un grosso in bocca al lupo a Claudia per la trasferta in Lettonia con l’augurio di continuare a portare alto il nome del nostro sci club e di Capracotta».
Questi i componenti della squadra azzurra che prenderà parte ai Mondiali juniores di skiroll, che si disputeranno dal 15 al 21 luglio a Madona, in Lettonia: Maria Invernizzi (CS CM Valsassina), Aurora Invernizzi (CS CM Valsassina), Noemi Parisi (Made 2 Win Trenteam ASD) e Claudia Di Tanna (SC Capracotta ASD) in ambito femminile e Stefano Epis (SC Goggi ASD), Francesco Chiaradia (SC Orsago AD) e Davide Piccinini (Made 2 Win Trenteam ASD) tra i ragazzi.

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Dalle basi Usa a Poggio, la storia di Jessica e Brett

C’è un piccolo borgo di 534 anime nell’alto Molise che sta diventando la meta preferita per alcuni dei soldati più rispettati al mondo. Non è una favola, ma la realtà di Poggio Sannita, dove due maggiori del corpo dei Marines americani hanno deciso di mettere radici, trasformando quello che era un semplice rifugio per le vacanze in un vero e proprio progetto di vita.
Brett, 39 anni, e Jessica (36) De Maria, marito e moglie in divisa – lui nella fanteria, lei specializzata in amministrazione e logistica – genitori di cinque figli (Lucia, Vincenza, Vienna, Gianluca e Francesca), rappresentano un fenomeno che potrebbe cambiare il volto di questo angolo d’Italia. Dagli scenari di guerra dell’Afghanistan alle missioni in Giappone e Corea, fino alla quiete dell’antico centro sannita: un percorso che racconta molto più di una semplice scelta immobiliare.
«Una scoperta quasi per caso su Google Maps. C’è il bar e una casa da affittare, e allora andiamo a Poggio Sannita», racconta Brett con quel sorriso che tradisce l’emozione di chi ha trovato qualcosa che non sapeva nemmeno di cercare. L’acquisto è stato poi finalizzato attraverso l’Immobiliare Galasso di Agnone, che li ha guidati in tutte le pratiche burocratiche.
Il maggiore dei Marines, mentre insegue il piccolo Gianluca – «il più italiano di tutti», come lo definisce con orgoglio paterno – spiega come tutto sia iniziato dalla ricerca delle proprie radici. Proprio il bar di Eliodoro Mancini, a due passi dal Palazzo Ducale, è stato l’ispirazione per questo viaggio a ritroso nel tempo.
«Tra Calabria e Abruzzo hanno vissuto i miei antenati prima di attraversare l’oceano e approdare negli Stati Uniti», rivela Brett, che ha studiato italiano al college vent’anni fa e ora può conversare nella lingua dei suoi bisnonni.
«Ogni volta che torniamo è una festa», ammette Brett, mentre Jessica annuisce con quegli occhi chiari che sembrano riflettere la stessa luce delle montagne molisane. «I poggesi sono un popolo accogliente e caloroso:e ti fanno sentire da subito a tuo agio. Non c’è stata nessuna diffidenza, nessun muro. Ci hanno accolti come figli».
Jessica, specializzata in amministrazione e logistica ma soprattutto madre di cinque pestiferi bambini, aggiunge: «Ci piace tantissimo l’Italia, la sua gente, il cibo, i suoi paesaggi e, in particolare, quell’empatia che si crea in particolare con gli anziani. È qualcosa che negli Stati Uniti, abbiamo perso. Qui i bambini giocano per strada, le persone si conoscono, si aiutano».
Ma la storia di Brett e Jessica non è solo cronaca del presente. È la premessa di un progetto più ampio che potrebbe trasformare Poggio Sannita in un piccolo avamposto americano nel cuore dell’Italia. «Quando andremo in pensione, vorremmo stabilirci definitivamente qui», confida Jessica. «E non saremo soli. Diversi nostri colleghi marines sono interessati a seguire il nostro esempio».
L’idea di portare altri veterani del corpo militare più rispettato al mondo in un borgo di 534 abitanti può sembrare surreale, ma ha una sua logica profonda. «Dopo anni di servizio, di missioni difficili, di stress e responsabilità enormi, un marine cerca la pace», spiega Brett. «Ma non una pace qualsiasi. Cerca un senso di comunità, di appartenenza, valori che qui a Poggio Sannita sono ancora vivi».
«Per noi è un onore indossare questa divisa e servire la nostra nazione», sottolinea Jessica, la voce che si fa più ferma quando parla del suo ruolo di ufficiale. I marines sono addestrati per essere i primi a intervenire, i più preparati, i più temuti dai nemici e rispettati dagli alleati. Eppure, davanti a un caffè nel bar di Eliodoro, sembrano semplicemente due genitori che hanno trovato casa.
La loro vita militare li sta portando ora vicino San Diego, in California, dove c’è una delle basi più importanti del corpo. Ma i pensieri volano spesso verso l’alto Molise, verso quella casa nel centro storico che stanno ristrutturando da cinque anni, verso Serena – la figlia di Eliodoro che si è trasferita con loro per studiare l’inglese e che ora insegna l’italiano ai loro bambini. «È dura gestire cinque bambini e la carriera militare, ma non impossibile», confessa Jessica con un sorriso malizioso. «E poi abbiamo Serena che ci dà una grossa mano e sta insegnando le prime parole in italiano ai nostri bambini. È bellissimo vederli crescere bilingue, con un piede in America e uno in Italia».
Brett ridacchia e aggiunge: «Chissà, magari il sesto bambino nascerà direttamente qui, sarà un vero poggese doc!».
Questo scambio culturale rappresenta forse l’aspetto più interessante della storia: non si tratta solo di americani che scelgono l’Italia, ma di un vero ponte tra due mondi, due culture, due modi di vivere che si arricchiscono reciprocamente.
Mentre il piccolo Gianluca corre tra i tavolini del bar pronunciando le prime parole in dialetto molisano, Brett e Jessica guardano al futuro con la stessa determinazione che li ha portati a servire il loro Paese sui campi di battaglia più difficili del mondo.
«Non possiamo che ringraziare tutto il popolo poggese per questa accoglienza straordinaria», dice Jessica con commozione. «In particolare la famiglia Mancini e Roberto Antenucci, che ci hanno fatto sentire davvero a casa fin dal primo giorno».
Solo che ora, la loro missione più importante, quella della felicità familiare, ha trovato la sua base operativa in un borgo di 534 abitanti che sta per diventare un po’ meno piccolo, ma molto più internazionale.
M.d’O.

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Appello di Franco Arminio alla Meloni: «Convochi un Cdm a Capracotta»

Nel cuore dell’Italia profonda, tra borghi appenninici e vallate dimenticate, si consuma una crisi silenziosa ma devastante: quella delle aree interne. Franco Arminio, poeta e scrittore da sempre attento alle sorti dell’Italia marginale, ha deciso di rompere il silenzio con una lettera indirizzata direttamente alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Il suo è un appello forte, accorato, che scuote la retorica politica e chiama in causa l’identità stessa del Paese.
«Convochi un Consiglio dei ministri in un paese, che so a Capracotta, in Molise – scrive Arminio – «e ribalti l’orientamento del governo sulle aree interne».
L’Italia, ricorda, è fatta di paesi, di comunità vive, radicate, spesso dimenticate dalle grandi strategie di sviluppo. «Ci vivono milioni di persone – continua –, sono cittadini italiani, non meritano di essere accompagnati alla morte, come in sostanza dice il piano del governo sulle aree interne».
Le parole dello scrittore mettono a nudo una contraddizione profonda: il piano governativo, secondo Arminio, adotta una logica aziendalista che dimentica la dimensione umana dei territori.
«Non si può applicare il principio del profitto alle comunità di esseri umani – afferma –. Le persone vivono, respirano, hanno affetti, intessono relazioni, sono titolari di diritti».
In un Occidente che – come sottolinea Arminio – «muore di solitudine», le aree interne non sono un peso, ma un patrimonio da difendere. Non solo per la memoria e la bellezza che custodiscono, ma perché rappresentano una possibilità concreta per un altro modello di futuro: più lento, più umano, più sostenibile.
L’appello è chiaro: riportare l’attenzione del governo nei luoghi che l’Italia l’hanno fatta e che oggi rischiano di scomparire nell’indifferenza.
A Capracotta come in centinaia di altri piccoli centri, la speranza resta viva solo se qualcuno tornerà a considerare quei paesi non come un problema da gestire, ma come una risorsa da valorizzare.

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