Lite furibonda in piazza, città ancora sotto shock

Doveva essere un pomeriggio di festa, l’attesa per il concerto serale riempiva già piazza Roma di famiglie e curiosi. Invece, mercoledì a Bojano la “musica” si è fermata prima di cominciare, lasciando spazio alle urla, alla paura e al rumore secco delle botte. Una lite scoppiata per un dettaglio apparentemente banale – a quanto pare addirittura una sedia spostata nel punto “sbagliato” tra due aree di ristoro – è degenerata in una rissa furibonda, con almeno tre persone coinvolte. Esercenti conosciuti in città, che in quelle stesse ore avrebbero dovuto accogliere clienti e turisti.
Secondi. Sono bastati pochi secondi a trasformare l’ennesima discussione in una spirale di violenza. Prima le parole, poi mani, spranghe e stando alle ricostruzioni di alcuni testimoni anche un coltello. La scena, davanti a passanti e bambini che giocavano in piazza, ha terrorizzato chi si era trovato per caso in quel teatro improvvisato di follia.
Provvidenziale l’intervento dei Carabinieri, guidati dal comandante Luca Palladino, che hanno bloccato i contendenti ed evitato il peggio: per il momento il bilancio sarebbe di un fermo e tre feriti, mentre le forze dell’ordine continuano a ricostruire passo dopo passo la dinamica dell’accaduto per attribuire eventuali responsabilità.
«Queste cose non dovrebbero accadere, soprattutto sotto gli occhi dei più piccoli» – dichiara con evidente amarezza un residente ai microfoni di Teleregione.
La città, intanto, resta scossa. Perché una lite tra esercenti può trasformarsi in una ferita collettiva, incidendo sull’immagine di una comunità che da sempre rivendica la sua laboriosità e la sua capacità di rialzarsi di fronte alle difficoltà.
Lo sottolinea con forza anche il sindaco Carmine Ruscetta che ha condannato l’accaduto senza lasciare spazio ad attenuanti: «Non è sufficiente dire che l’episodio va stigmatizzato – ha dichiarato – perché un fatto simile è del tutto ingiustificabile. Bojano non merita di essere identificata così. È una città fatta di persone che ogni giorno lavorano sodo. Chi sceglie la violenza deve risponderne, e le autorità sapranno prendere i provvedimenti opportuni».
La festa, in realtà, è andata avanti lo stesso. Il concerto ha illuminato la serata e portato musica in una piazza che poche ore prima era diventata teatro di paura. Ma il dispiacere di molti per l’episodio resta: non è possibile – commentano diversi bojanesi – che in una cornice di festa, per quelli che sembrerebbero dei futili motivi, la rabbia prenda il sopravvento sulla ragione in questo modo.

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Parco del Matese, il fronte del no: «Mondo rurale tradito dalla destra»

«Con l’istituzione del Parco nazionale del Matese, l’attuale governo di destra ha compiuto un atto che smentisce clamorosamente le sue stesse promesse elettorali e tradisce il mandato politico ricevuto da un ampio segmento della popolazione: quello rurale, agricolo e venatorio, che aveva creduto nella narrazione di una destra “vicina al territorio”». È il duro affondo dei comitati Matese Libero, Agricoltori e allevatori del territorio, No Parco territorio libero e dell’associazione nazionale Tutela rurale, alla luce della costituzione del Comitato di gestione provvisoria dell’Ente istituito con legge nazionale nel lontano 2017 e arrivato a una svolta nei mesi scorsi col decreto ministeriale che ha dato il via libera alla perimetrazione provvisoria e alle clausole di salvaguardia, questioni poi finite al centro di una vicenda giudiziaria che ha visto il Tar della Campania accordare la sospensiva alle norme di tutela dopo il ricorso di Comuni, realtà del territorio e ditte operanti nell’ambito del settore estrattivo e della produzione del cemento.
«Quello che doveva essere un baluardo contro le imposizioni centralistiche si è rivelato, ancora una volta, una manovra politica mascherata da tutela ambientale – affermano i Comitati che in questi anni hanno rappresentato il fronte contrario al Parco -. Il governo, pur dichiarandosi contrario ai vincoli imposti dall’alto e sempre pronto a difendere le libertà delle comunità locali, ha di fatto ratificato e portato a compimento una proposta di Parco nazionale avanzata e voluta da precedenti governi di centrosinistra. Nessun processo partecipativo, nessun vero confronto con le comunità interessate: una scelta calata dall’alto, in piena continuità con le logiche centralistiche contro cui la destra stessa aveva tuonato per anni.
Ma il paradosso non finisce qui – proseguono -. Secondo quanto trapelato, il governo avrebbe già indicato alla Presidenza del Comitato di Gestione del Parco un proprio uomo di partito, trasformando quello che dovrebbe essere un ente tecnico, super partes e radicato sul territorio, in un altro carrozzone politico. Una nomina che appare tanto più grave perché rappresenta l’ennesima conferma di come le logiche di spartizione del potere abbiano la meglio sulle competenze e sull’effettiva rappresentanza degli interessi locali.
Chi ha creduto nella retorica della “destra del popolo” oggi si trova spiazzato. Il mondo rurale, i cacciatori, gli agricoltori e le piccole comunità montane che si oppongono da anni a un Parco nazionale percepito come estraneo e punitivo, si ritrovano traditi da chi aveva promesso di difenderli. Con un’aggravante: almeno il centrosinistra ha sempre dichiarato apertamente la propria visione ambientalista e statalista; la destra, invece, ha fatto campagna elettorale su posizioni opposte, per poi applicare le stesse identiche politiche una volta al governo.
Siamo dunque di fronte a una finta contrapposizione politica, dove i nomi cambiano, ma le logiche restano immutate. Il potere si perpetua, i territori si svuotano, e le decisioni che li riguardano vengono prese nei palazzi romani, lontano anni luce dalla realtà quotidiana di chi vive e lavora in montagna.
Come recita un vecchio detto popolare, “se non è zuppa è pan bagnato”. E in questo caso, a rimetterci sono ancora una volta l’Italia vera, quella che non ha voce nei salotti della capitale, e gli italiani che chiedevano solo rispetto, autonomia e coerenza».
Una presa di posizione netta, quella dei comitati firmatari della nota, che arriva dopo anni di battaglie condotte per fermare l’istituzione dell’Ente o comunque affinché quest’ultimo fosse realmente rispondente alle esigenze dei territori coinvolti.

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Autovelox, Ruscetta spegne le polemiche: «Limite invariato»

Sono attivi dai primi giorni del mese di agosto e sono ancora al centro di un acceso dibattito tra automobilisti favorevoli – la maggior parte – e contrari: si tratta dei due nuovi autovelox fissi installati in territorio di Bojano sulla Strada Statale 17, una delle arterie più importanti del Molise, lungo un rettilineo caratterizzato da diverse intersezioni di entrata e uscita dal capoluogo matesino. I due rilevatori di velocità sono su entrambe le direzioni di marcia nei pressi dello svincolo per Bojano. Sul tema, nelle scorse settimane, era intervenuto il consigliere comunale Liberato Gentile, che ha gettato acqua sul fuoco della polemica spiegando che l’iniziativa ha come unico obiettivo quello di aumentare la sicurezza dell’arteria in un tratto giudicato pericoloso proprio per la velocità di transito degli automobilisti, e che è arrivata a conclusione ora dopo un lungo iter che ha superato numerosi passaggi burocratici e autorizzazioni necessarie per legge.
Anche il Partito Comunista dei Lavoratori era intervenuto sul tema, contestando invece la decisione di installare i due rilevatori e chiedendo con un atto formale al Prefetto tutta la documentazione che ha portato all’ok definitivo, quindi le motivazioni a valle del provvedimento.
«Non serviranno a fare cassa, ma a scoraggiare le infrazioni per eccessiva velocità in un tratto rettilineo – ha afferma invece il sindaco Carmine Ruscetta in riferimento agli autovelox ai microfoni di Teleregione -. È una scelta che deriva da una valutazione della storia di quel tratto di strada dove, non dobbiamo dimenticarlo, ci sono stati tanti incidenti di cui alcuni anche gravi. Quindi il nostro obiettivo è solo ed esclusivamente aumentare la sicurezza agli automobilisti in transito. Tant’è che il limite di velocità non è stato modificato, il limite di velocità già c’è ed era di 70 chilometri orari, adesso c’è soltanto un controllo sul rispetto di quel limite» – aggiunge il primo cittadino rispondendo a chi aveva criticato l’Ente per la decisione.
Il fronte della discussione, infatti, si era sostanzialmente diviso in due: da una parte chi evidenzia che quello in questione era uno dei pochi tratti dove era possibile effettuare un sorpasso, mentre ora le persone rischiano di effettuare frenate improvvise; dall’altro chi richiama alla prudenza.
«Il Codice della strada va rispettato sempre, questi provvedimenti sono sempre giusti se servono a salvare vite» – commenta un automobilista.
La sicurezza, infatti, resta la parola chiave. Negli anni scorsi i chilometri della statale tra Campobasso e Isernia sono stati teatro di numerosi sinistri, alcuni dei quali mortali. Eppure, non sono solo gli autovelox a rappresentare un deterrente. Molti riconoscono alle rotatorie di San Massimo e Campochiaro il merito di aver ridotto le velocità medie nei rettilinei più pericolosi.
Oggi, però, l’installazione di nuovi dispositivi fa discutere ancora: «La sicurezza è sacrosanta, ma rischiamo di non arrivare più in tempo nemmeno a prendere l’autostrada» – ironizza qualcuno. Al di là delle polemiche, resta una verità: i controlli su quelle strade sono spuntati perché lì troppe vite sono state spezzate. E la memoria delle croci bianche lungo il ciglio resta il monito più forte, forse più efficace di qualsiasi autovelox.

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