Caso don Marino. Commenti offensivi sui social, due le condanne

Difficile sottrarsi da una vicenda che inevitabilmente la segnerà per tutta la vita, al netto del percorso della giustizia. Giada Vitale, ormai 29enne, non ancora ha rinunciato a far valere le proprie ragioni anche nelle sedi che non ne hanno accolto le istanze e ci riferiamo chiaramente al periodo successivo al compimento dei 14 anni, per la storia che ha chiamato in causa le responsabilità di don Marino Genova, condannato per il periodo precedente quando i 14 anni non li aveva ancora raggiunti. Ma ci sono anche situazioni collaterali, come quella che ha visto citate a giudizio dalla Procura di Larino due donne che si erano rese protagoniste di aver proferito giudizi e commenti lesivi della stessa Giada, che non ha accettato passivamente di subirli, presentando querela per diffamazione sui social, nel caso di specie su Facebook, a corredo di un articolo di stampa. Di ieri pomeriggio la sentenza, col giudice onorario Elena Di Brino che ha comminato una pena di sei mesi, sospesa, con risarcimento civile da quantificare in sede separata e pagamento delle spese processuali. Ad assistere come parte civile la Vitale è stato l’avvocato Giuseppe D’Urbano. Abbiamo raccolto un commento a caldo di Giada: «Anche questa volta Giustizia è fatta. Lo Stato ha dato un segnale forte. Tutti i commenti diffamatori, gratuiti, mai ritirati e lesivi che sono stati fatti nei miei confronti in realtà non hanno offeso solo me, ma tutte coloro che pur subendo violenza devono lottare per convincere i ben pensanti della verità degli abusi subiti. Sperando che i leoni da tastiera imparino a rispettare il prossimo e che capiscano che occorre rispettare le sentenze».

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Omicidio Micatrotta, pena ridotta a 11 anni e mezzo

Pena ridotta a 11 anni e sei mesi (rispetto alla condanna di primo grado a 15 anni e quattro mesi) e cadute le accuse di rissa e porto abusivo d’armi, mentre restano quelle di omicidio e lesioni personali. Si è concluso ieri mattina, poco prima delle 13, il processo di secondo grado a carico di Gianni De Vivo, il 40enne che la sera della vigilia di Natale del 2021 in via Vico uccise con un fendete alla gola Cristiano Micatrotta, al culmine di una lite scoppiata per motivi di droga. La Corte d’Assise D’Appello, composta dal presidente Pupilella, dal giudice Paolitto e dai sei giudici popolari, dopo più di un’ora di camera di consiglio, ha accolto in pieno la richiesta di concordato avanzata dalla difensore dell’imputato, l’avvocato Mariano Prencipe. Dunque, a distanza di due anni dall’omicidio, restano ancora diversi dubbi: in primo luogo chi ha portato l’arma del delitto in via Vico. De Vivo, nel corso del dibattimento, ha sempre sostenuto che il coltello non fosse il suo e di essere stato aggredito dalla vittima, Madonna a Di Mario. Ora, anche i giudici di secondo grado hanno escluso, a carico di De Vivo, l’accusa di detenzione di coltello e di rissa. Reato, quest’ultimo che è stato invece contestato a Madonna, nell’altro filone del procedimento, in entrambi i gradi di giudizio. « Siamo soddisfatti tecnicamente per la sentenza- ha dichiarato al termine dell’udienza, che si è tenuta a porte chiuse, l’avvocato Prencipe – è una pena che si avvicina l’omicidio preterintenzionale che all’omicidio volontario. Quella del concordato è stata una scelta dell’imputato, più che altro una scelta di vita, perché noi dal punto di vista tecnico eravamo e restiamo convinti che potevamo ottenere una sentenza addirittura migliore. Ci sono ancora aspetti e coinvolgimenti che restano oscuri.
Non hanno invece nascosto la delusione gli avvocati di parte civile Fabio Albino e Roberto D’Aloisio.
«Amarezza infinita – ha commentato Albino – non tanto per noi quanto per i poveri familiari della vittima. D’altra parte è prevista la strada del concordato in Appello, dunque questo incontro delle volontà tra le difese e il procuratore, strada in cui la parte civile viene completamente estromessa. Noi abbiamo manifestato tutta la nostra perplessità e, in qualche modo, anche indignazione».
«Le sentenze vanno sempre accettate – le parole di D’Aloisio – e i miei assistiti dovessero ritenere di ricorrere alla Corte europea dei diritti dell’uomo sarò disponibile ad assisterli anche in quella sede. Immaginate di avere un familiare che finisce morto ammazzato – conclude amareggiato – Campobasso la condanna è di 11 anni e sei mesi».

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Campobasso. Operazione Friends, restano in carcere i quattro rom accusati di spaccio

Dovranno rimanere in carcere i quattro rom arrestati nel corso dell’operazione dei Carabinieri ‘Friends’ e accusate, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti. Il tribunale del Riesame ha infatti rigettato i ricorsi presentati dai legali delle due coppie – gli avvocati Stefano Sabatini, Nicolino Cristofaro e Elena Verde – che chiedevano una misura meno afflittiva. I due uomini di 37 e 55 anni, resteranno dunque nella casa di reclusione di Campobasso, mentre le rispettive mogli, di 42 e 47 anni, nel carcere di Benevento.
Secondo l’accusa i quattro avevano impiantato una centrale di spaccio nel quartiere San Giovanni: cocaina proveniente dal Frusinate per la piazza campobassana, con consumatori anche molto ‘noti’. Il 37enne, considerato dagli inquirente il capo del sodalizio, si occupava di cessioni al di sopra dei 5 grammi, mentre le dosi più piccole erano gestite dagli altri soggetti. Utilizzavano parole in codice come “polli”, “birre”, “mezze birre”, “pacchetti di sigarette”, “persone” e “amici” per stabilire le come, a chi e quante dosi cedere. Nel corso delle indagini sono state documentate circa 2000 cessioni di stupefacente, a dimostrazione dell’elevato volume d’affari ed eseguiti altri quattro arresti in flagranza. Sequestrati pure 100 grammi di cocaina, 35 di eroina e 35 di marijuana.
Nell’appartamento del quartiere San Giovanni gli investigatori hanno documentato, con foto e video, un via vai continuo di consumatori, circa una cinquantina in poco più di tre mesi. Una lista di nomi ‘eccellenti’, volti noti della Campobasso bene: imprenditori, professionisti e anche politici. Alcuni sono stati ascoltati dagli investigatori rafforzando l’impianto accusatorio nei confronti dei quattro.

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