Bollo auto, pioggia di ingiunzioni. Ica ricorre anche ai pignoramenti

Brutta sorpresa, alla vigilia della partenza per le vacanze, per un automobilista che si è visto il conto corrente bloccato da un pignoramento presso terzi (cioè presso il proprio istituto di credito) per un bollo risalente addirittura al 2010.
Non si tratterebbe di un episodio isolato. Ica Creset, concessionaria della Regione per la riscossione che è stata sostituita nal 2021 da Municipia, nelle ultime settimane ha inviato a decine di molisani atti esecutivi riguardanti annualità molto risalenti della tassa automobilistica sulla base di messe in mora e precedenti provvedimenti. I contribuenti si sono trovati di fronte alla necessità di ritrovare vecchi carteggi e quietanze o, in caso fossero stati smarriti, di rivolgersi a un legale per capire cosa fare. Per alcune posizioni, la società sarebbe passata alle “vie di fatto” ricorrendo addirittura al pignoramento.
L’avvocato Stefano Brienza, fra gli altri, sta seguendo le pratiche per alcuni suoi clienti e sta studiando la strategia migliore in un periodo non facile anche perché coincide con le ferie giudiziarie. Non è difficile immaginare che la via più breve, soprattutto se si sta partendo per un viaggio, diventa quella di pagare senza avere il tempo o la possibilità di verificare se realmente si era in debito con la Regione o se per qualche errore l’adempimento non risulta.
Del bollo e degli altri tributi si è parlato molto in queste prime settimane della nuova legislatura per via della situazione drammatica dei conti. Con la coincidenza poco piacevole della pioggia di ingiunzioni firmate Ica Creset.
A questa Rti bisogna adesso fare riferimento per gli atti riferiti fino all’annualità 2017. Dal 2018 in poi è competente Municipia.

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Incendio a Venafro, è caccia ai piromani. Ricci: pronti a costituirci parte civile

L’innesco che i Carabinieri forestali di Venafro hanno rinvenuto nell’area in cui è partito il rogo, che nel pomeriggio di lunedì scorso ha divorato quasi 40 ettari di Monte Santa Croce, ha scatenato la rabbia dei cittadini venafrani.
Tutti sperano che il piromane criminale venga consegnato alla giustizia, che si arrivi a dare un nome a chi ha appiccato il fuoco anche con l’ausilio delle immagini della videosorveglianza – visto che nella zona sono presenti delle telecamere – come avvenne già nel 2018.
Oggi la montagna appare come uno scheletro annerito in più parti, un vero e proprio pugno nello stomaco per chi ha visto ardere i propri poderi, costituiti per lo più da oliveti anche pregiati.
Il sindaco di Venafro, Alfredo Ricci, particolarmente toccato dal triste avvenimento, ha parlato di una ferita inferta a tutti i venafrani. «Quanto accaduto nei giorni scorsi, in occasione dell’incendio che ha colpito Venafro – commenta il primo cittadino -, ferisce il cuore di ognuno di noi, e desta rabbia verso chi dovesse risultarne responsabile. Se dovesse essere confermato il carattere doloso di questo incendio, mi auguro che i responsabili possano essere puniti a norma di legge. Credo che il Comune dovrà valutare di costituirsi parte civile nell’eventuale processo penale che dovesse svolgersi. Oltretutto, ai danni evidenti al patrimonio boschivo e, in generale, alla vegetazione della nostra montagna, si aggiunge il pericolo a cui le abitazioni della zona sono state esposte. Tutto ciò porterà all’inserimento, quanto prima, dell’area in questione nel registro delle aree percorse da incendi, per cui vi sono limiti e divieti all’insediamento umano».
Ferma e dura condanna, dunque, del sindaco Alfredo Ricci a chi si è reso protagonista di un vero e proprio scempio ambientale per scopi criminali. Il primo cittadino, poi, ha voluto ringraziare anche tutti coloro che, nella scorsa giornata di lunedì, sotto un sole cocente, non si sono risparmiati per l’opera di spegnimento e per l’assistenza garantita ai residenti che vedevano le proprie case minacciate dall’avanzata delle fiamme. «Con l’occasione voglio ringraziare i Vigili del fuoco di Isernia, i Carabinieri forestali, le locali associazioni di Protezione civile (a partire dai Vigili del fuoco in congedo) – continua il sindaco Ricci – per l’eccellente lavoro fatto ieri, con tempestività, professionalità e spirito di abnegazione. Sono stato in contatto con loro, come con la Protezione civile regionale e il prefetto di Isernia, per monitorare la situazione e capire se vi fossero particolari necessità. Tra l’altro, l’intervento del canadair, da me richiesto, è stato subito assicurato, anzi era stato disposto per tempo dalle stesse autorità. Mi appello ai cittadini – conclude il sindaco di Venafro – affinché, da un lato, possano tenere comportamenti corretti e rispettosi dell’ambiente in questo particolare periodo dell’anno, in cui è maggiore il rischio che una minima disattenzione possa provocare gravi incendi; dall’altro, possano segnalare immediatamente ai Vigili del fuoco o ai Carabinieri forestali ogni accenno di incendio di cui dovessero venire a conoscenza, onde consentire alle autorità di intervenire per tempo».
Marco Fusco

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2 agosto 1566: la devastazione di Termoli

Prima dell’Anno Mille il Mare Adriatico fu bacino esclusivo di incursioni da parte di navigli corsari, i cui equipaggi erano costituiti da saraceni che attaccavano, depredandoli, i borghi che si affacciavano sul mare e da lì poi dilagavano verso l’interno.
Tra queste fortificazioni Termoli che, prima della devastante invasione del 2 agosto 1566, venne attaccata nell’827, nell’842, nell’851, nell’884 e nel 947.
Prima della metà del Secondo Millennio l’Impero Ottomano, il quale raggiunse il massimo della potenza al tempo di Solimano il Magnifico (1494-1566), si trovò ad avere come rivale nel controllo dei mari la Repubblica di Venezia. La visione espansionistica del Sultano considerò ostacoli le città che davano sui mari del Mediterraneo, in particolare quelle dell’Adriatico.
Solimano, a tale scopo, fece predisporre una flotta di 150 galee al comando dell’ammiraglio Pialy Pascia sulle quali vennero imbarcati circa 30.000 Giannizzeri, Spachi e Mogolani al comando del generale di terra Mustafà.
Tra la fine del XV secolo e quella del XVI Termoli, sede di Ducato, aveva registrato un lento costante processo di ripresa favorito soprattutto dai traffici commerciali, anche con l’attuale Croazia. Il miglioramento economica aveva portato il numero dei ‘fuochi’ da 150 a 372 (a. 1561) e gli abitanti da 800 a circa 2.300.
Mentre all’interno del Borgo fortificato la vita scorreva tranquilla Pialy Pascià, fallita la conquista di Malta (1565), diresse la flotta verso le Isole Tremiti ritenendole difficilmente difendibili dai Canonici Regolari Lateranensi che, in quanto monaci, li ritenne poco esperti nell’uso delle armi. Prima di orientare la flotta verso le Diomedee fece rotta su Pescara, poi Francavilla, Ortona, San Vito e infine Vasto che attaccò e invase lasciandosi dietro morte e distruzione: era il luglio del 1566.
Le notizie arrivate a Termoli avevano allarmato il vescovo, il mastrogiurato (sostituto del Duca Ferrante di Capua che viveva a Napoli) e il capitano gettando la popolazione nello sgomento che divenne disperazione il 31 luglio allorché la flotta si profilò all’orizzonte. La sera del giorno dopo le galee saracene calarono le ancore nelle acque del Borgo. I militi e i civili validi nell’uso di qualsiasi mezzo, come forche pale roncole pentoloni da riempire d’olio e, all’occorrenza, di sabbia da versare bollenti sugli scalatori, avevano già ricevuto le disposizioni per la difesa.
Le Autorità, consapevoli della impossibilità di contenere l’attacco, predisposto il piano teso a ritardare la caduta del Borgo, al tempo stesso avevano dato disposizioni ai banditori di indicare al popolo il tempo e il luogo di raccolta per il suo abbandono.
All’alba l’attacco ebbe inizio con le colubrine che lanciarono palle di fuoco all’altezza delle mura, per aprirvi delle brecce, e sul Borgo colpendo il duomo, il castello, le case e le piazzette mentre dalle scialuppe sbarcavano sulla scogliera i saraceni armati fino ai denti e con le scale che andarono ad appoggiare alle mura sgretolate.
I difensori, dagli spalti della muragli e del castello, riuscirono a rallentare l’attacco ma non a fermarlo. Da qui l’ordine dell’abbandono: bambini, donne, anziani e vecchi e infine gli uomini validi con una spada in pugno e militi, che per ultimi avevano lasciato gli spalti, si incamminarono verso lo slargo antistante l’attuale fontana (tra Strada Duomo e Via Pustierla) dove, uno dopo l’altro, presero a scendere la scalinata della botola, guadagnarono il cunicolo sotterraneo e lo percorsero fino alla postierla (ancora visibile -tra la base del castello e la muraglia- in foto degli anni ’20), la via di fuga verso i campi e i boschi circostanti.
Con il rallentare della risposta dei difensori gli attaccanti, in preda all’ebbrezza di una nuova conquista, dalle mura si rovesciarono sulle strade e nei vicoli mettendo a ferro e fuoco la città. Alla furia e alla scimitarra saracene non sfuggì neppure chi, per non lasciare la propria casa, si pensò al sicuro in una cisterna o sotto un mucchio di grano.
Con il calare del sole, a devastazione compiuta, i saraceni si diedero alle gozzoviglie e agli sfregi dei luoghi sacri, compreso l’accatastamento di legna nella navata centrale del Duomo alla quale diedero fuoco che presto si trasformò in un incendio le cui fiamme non soltanto danneggiarono l’interno, compreso le colonne, ma arrecarono danni enormi alla facciata le cui bifore raccontavano, con bassorilievi su formelle di pietra, alcuni episodi del Vangelo.
La distruzione dei luoghi annessi alle chiese e dei palazzi dei possidenti comportò anche la riduzione in cenere delle pergamene e delle carte che vi si trovavano, cancellando così e per sempre ogni traccia della più che millenaria storia di Termoli.
Dalla galea ammiraglia Pialy Pascià, Mustafà e altri comandanti, banchettando, si godevano lo spettacolo del Borgo le cui fiamme illuminavano la notte.
Questo accadde nella nostra Città 467 anni fa.

Antonio Smargiassi

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