«Dobbiamo servire e dare delle risposte»

Chiesa di San Francesco seppur nella sua ampiezza troppo piccola per contenere una celebrazione come il giubileo sacerdotale di monsignor Gianfranco De Luca, a 50 anni dalla sua ordinazione, che ha visto intervenire numerosi colleghi presuli, della Ceam, oltre all’intero presbitero diocesano. Nella sua omelia emerge il concetto di “servire”.
«La liturgia della Parola ci ripropone la questione seria della fede: sia Giosuè che, rivolto al popolo convocato in assemblea, dice: “ sceglietevi oggi chi servire”; sia Gesù che, dopo il discorso sul pane di vita pronunciato nella sinagoga di Cafarnao, vedendo che molti discepoli “tornavano indietro”, rivolto ai Dodici, chiede: “Volete andarvene anche voi?”, ci provocano in questo senso.
Oggi, anche noi siamo chiamati in causa, dobbiamo dare una risposta, come singoli e come popolo.
La risposta che prima Giosuè e dopo il popolo danno si fonda sulla memoria viva di quanto la esperienza vissuta fino all’ingrasso nella Terra promessa li ha resi consapevoli. “Il Signore nostro Dio, ha fatto salire i nostri padri dall’Egitto… ci ha fatto uscire dalla condizione servile … perciò anche noi serviremo il Signore”.
Anche Pietro matura la sua risposta dall’evidenza di un’esperienza di condivisione di vita con Gesù. Di fronte al modo con cui Gesù agiva, parlava, spiegava la realtà, nulla era più ragionevole che fidarsi di Lui, anche se il contenuto radicale del discorso di Gesù poteva al momento non essere capito. Non seguire Gesù sarebbe stato rinnegare un’evidenza. Da qui la sua confessione di fede: «Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»
In ambedue i casi la fede professata è chiamata ad attraversare il crogiuolo della storia e delle sue contraddizioni e aprirsi gradualmente al tutt’Altro del Dio professato e creduto: i primi alla disponibilità di accogliere il dono del cuore nuovo che li avrebbe immessi nell’alleanza nuova e definitiva; Pietro al mistero del Messia Sofferente, al Crocifisso, non affidandosi al suo entusiasmo e alla sua generosità e determinazione, alla sua aspettativa circa il Santo di Dio, ma lasciandosi lavare i piedi dal Signore e Maestro, imparando da Lui, e aprendosi alla misericordia nel cogliere quello sguardo che, attraversando il suo cuore, lo sciolse in lacrime e lo condusse ad un rapporto nuovo con il Signore espresso in quel “Tu sai tutto, tu sai che ti voglio bene”. E nel conseguente rinnovato e definitivo “Seguimi” di Gesù.
Gustate e vedete quanto è buono il Signore. Il ritornello del salmo responsoriale, nel suo essere riproposto per tre domeniche di seguito, in un primo momento mi ha sorpreso, ma immediatamente è risultato anch’esso una provocazione, un invito a rileggere la mia vita e l’intero pellegrinaggio della Chiesa nella storia, alla luce della Presenza del Signore.
Infatti l’orante coglie da quanto vissuto una profonda lezione: il Signore custodisce quanti confidano in lui, li protegge e si prende cura di loro, mente la sorte immanente nella condotta di chi vive centrato su se stesso e confida solo in sé è la rovina. Secondo i Padri, è Gesù , il giusto che con la risurrezione è stato liberato da tutti mali, riassunti nella morte ingiusta vergognosa da lui patita. Sicuramente in lui, nel quale siamo inseriti dal giorno del nostro battesimo, anche ciascuno di noi ha la possibilità di gustare e vedere quanto è buono il Signore e di proclamarlo con la sua vita.
Oggi abbiamo la possibilità di gustare e vedere quanto è buono il Signore.
Gustiamo e vediamo quanto è buono il Signore nella bellezza dell’essere noi, qui, Popolo Santo di Dio, sua Chiesa, radunata nell’unità del Padre, del Figlio e dello spirito Santo, e inviata in ogni angolo della terra a testimoniare la grandezza dell’Amore di Dio. La presenza tra noi dei fratelli Vescovi, successori degli apostoli, fa gustare e rende visibile l’universalità e la unità della Chiesa, e la presenza tra loro di Nunzi Apostolici ci fa consapevoli della cura che il Papa ha per le singole Chiese nazionali e anche dell’azione di pace e di giustizia che Egli promuove attraverso il rapporto con i singoli stati. E’ Bello essere Chiesa, è bello esserlo in questo tempo di cambiamento e di incertezza.
La circostanza del 50° anniversario della mia ordinazione sacerdotale, ci invita a gustare e contemplare il Signore Gesù, il Crocifisso-Risorto, Pastore Bello che dà la sua vita per il suo gregge. Di Lui, noi suoi ministri, siamo segno e presenza, chiamati ad essere partecipi del Suo Sacerdozio. È Lui, l’unico sacerdote, che continua, attraverso il presbiterio unito al suo vescovo, la sua azione di pastore e guida, si prende cura di noi, ci sostiene e ci accompagna.
Gustiamo e vediamo quanto è buono il Signore, eterna è la sua misericordia.
Sto imparando a sussurrare in ogni circostanza felice o avversa, di gioia o di dolore, della vita e della giornata: eterna è la Tua misericordia. È dentro questo abbraccio, direi dentro questo “manto di tenerezza” che si svolge ogni situazione della nostra vita. La Chiesa, nostra madre, è segno e strumento di questo abbraccio di misericordia.
Ho desiderato ri-cor-dare questa realtà impartendo, al termine della Celebrazione, unitamente ai venerati fratelli Vescovi, la benedizione papale, che offre il dono dell’indulgenza plenaria per ciascuno di voi qui presenti.
L’Indulgenza è uno dei modi attraverso cui la Chiesa nostra Madre si fa carico di sostenere la nostra debolezza, affinché ci sia dato di realizzare una conversione profonda ed efficace, eliminando anche «l’impronta negativa» che i peccati – nostri o altrui – hanno lasciato nel mondo.
Certamente come afferma il teologo K. Rhaner «L’indulgenza non sostituisce il difficile lavorio dell’amore […]; essa è piuttosto l’aiuto volto a favorire l’opera sempre difficile dell’amore».
Il dono che riceviamo attraverso la Madre Chiesa ci rimette in gioco pienamente come figli di Dio, con la leggerezza del nostro essere, grazie al Battesimo, santi e immacolati, fatti capaci di amare con lo stesso amore con il quale siamo amati.
Nella lettera agli Efesini, l’apostolo Paolo ci fa la consegna per una vita rinnovata e veramente degna di essere chiamata cristiana, quella di vivere tutta la nostra esistenza e le nostre relazioni nel timore di Cristo.
“Il timor di Dio – dice papa Francesco – non è aver paura di Dio, ma ci fa capire che noi siamo come dei bambini fra le braccia di Dio e, quindi, ci stimola alla riconoscenza, alla docilità ed alla lode, ricolmando il nostro cuore di Speranza”. Ci pone nell’atteggiamento che nasce dalla consapevolezza di vivere abitualmente sotto lo sguardo del Signore, preoccupati di piacere a Lui, piuttosto che agli uomini.
La specificazione paolina, “nel timore di Cristo”, dà un’ulteriore profondità a questo dono dello Spirito Santo. Vivere nel timore di Cristo, significa vivere la nostra quotidianità e le nostre relazioni nella sua Persona. Ai Colossesi, in un contesto analogo di parenesi Paolo scrive: “E tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre”. (Col. 3,17). Non si tratta di dire il Nome di Gesù, ma di vivere in Gesù. Vivere in Gesù, fare tutto nel suo nome, significa vivere il suo comandamento, quello dell’amore reciproco tra noi e verso tutti. Sapendo bene che la misura dell’amore è quella sua: dare la vita, perdere se stessi. E’ in questo modo per mezzo di Gesù rendiamo gloria al Padre. Vedano le vostre opere buone, (la fraternità è l’opera buona specifica del figlio di Dio), e glorifichino il Padre vostro celeste.
È a questa possibilità di vita nuova che oggi siamo invitati a ridire il nostro “SI”. Rinnovati anche grazie al dono dell’Indulgenza plenaria, vogliamo farlo con le stesse parole di Pietro:
“Signore, da chi andremo, tu solo hai parole di vita eterna”.
Gesù, come è grande il tuo amore per me peccatore! Mi hai dato di conoscerti; mi hai dato di gustare la tua grazia e di sperimentarne la tua forza nella mia debole esistenza. Mi hai concesso di gustare la tua bontà e la tua misericordia, fa che la mia anima resti fissa in Te, giorno e notte, e non dimentichi mai il tuo amore per me. Solo così sarò capace di riamarti come unico Bene della mia vita, di vivere la fraternità nella tua Chiesa e di donarTi a quanti metti sulla mia strada. Amen».

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Roberti, Pallante e Manes incontrano Bajram Begaj

Incontro tra il Presidente della Repubblica dell’Albania con il presidente della Giunta, Francesco Roberti, il Presidente del Consiglio, Quintino Pallante, della Regione Molise, ed il sindaco di Montecilfone, Giorgio Manes. Una delegazione delle massime istituzioni molisane, guidata dal Presidente della Giunta della Regione Molise, Francesco Roberti, e dal Presidente del Consiglio della Regione Molise, Quintino Pallante, è a Tirana e incontrerà oggi il Presidente della Repubblica dell’Albania, Bajram Begaj; nello stesso pomeriggio incontreranno, i partner del progetto Interreg dell’Unione dei Comuni Molisani con l’Università di Tirana e la Camera di Commercio di Tirana, finalizzato ad attivare scambi commerciali tra i due territori. Lo ha annunciato il sindaco di Montecilfone, Giorgio Manes, che fa parte della delegazione insieme a Antonio Falcione, presidente Gal Trigno-Castellelce, Gioacchino Desiderio, esperto in minoranze linguistiche Arbereshe, Flavio Tosco, responsabile Madi hospes. L’iniziativa si inserisce nella strategia promozionale del territorio e della cultura molisana. La presenza degli Arbëreshe in Molise, così come in buona parte dell’Italia del sud, risale alla seconda metà del XV secolo. A quell’epoca, infatti, l’Albania subì sanguinose occupazioni da parte dell’Impero Ottomano, che conquistò tutto l’impero Bizantino. A seguito della morte dell’eroe nazionale albanese Giorgio Kastriota Skanderbeg e con il proseguire degli attacchi, molte persone presero il mare per raggiungere terre sicure, arrivando sulle coste più vicine all’Albania: quelle di Puglia e Molise, in particolare. Nel corso dei secoli le comunità albanesi si sono perfettamente inserite con gli abitanti locali e si sono integrate con usi e costumi territoriali, coltivando la lingua Arbëreshe, che oggi è si differenzia anche dalla corrente lingua albanese. Le lingue minoritarie – sostiene Giorgio Manes – costituiscono una preziosa risorsa, ancora poco sfruttata, per favorire lo sviluppo delle regioni europee e le minoranze linguistiche possono svolgere un ruolo rilevante nella promozione degli scambi economici, e possono promuovere lo sviluppo della cooperazione transfrontaliera, con vantaggi in termini di crescita economica per entrambi i territori.

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Cattedrale di Campobasso, l’amara ‘sorpresa’: nella notte ingresso ridotto a latrina

Lo scorso 26 maggio è stato un giorno di grande gioia per i cittadini di Campobasso. Dopo anni di chiusura dovuti a importanti lavori di ristrutturazione, la Cattedrale della città, un luogo simbolo e punto di riferimento per i fedeli, ha finalmente riaperto le sue porte. I lavori, resi necessari dal cedimento di parte del solaio, erano stati attesi a lungo dalla comunità, che ha accolto con entusiasmo la riapertura del luogo di culto.
Tuttavia, la serenità di questa nuova fase è stata bruscamente interrotta dall’ennesimo gesto di inciviltà che ha lasciato amareggiati i cittadini e il co-parroco della Cattedrale, don Marco Filadelfi. Ieri mattina, sui social media, il parroco ha condiviso un post che ha suscitato un acceso dibattito nella comunità. Nel suo messaggio, don Marco ha denunciato l’ennesimo scempio ai danni della struttura, mostrando le condizioni in cui si trovava l’ingresso della Cattedrale.
«Quello che vedete è lo stato dell’ingresso della cattedrale stamattina alle 8:00», ha scritto il parroco. «Ora vorrei tanto sentire cosa pensano i campobassani che per anni hanno pontificato sulla chiusura della cattedrale per i lavori o sugli orari di apertura attuali. Dopo questo bel servizio, pensando ai soldi spesi per i portoni restaurati, a che pro? Forse meritava rimanere chiusa e servire come latrina».
Le parole del parroco, cariche di delusione e sdegno, riflettono il sentimento di frustrazione di fronte a un atto che non solo danneggia un patrimonio artistico e religioso, ma offende l’intera comunità. La Cattedrale di Campobasso non è solo un edificio, ma un simbolo della storia e dell’identità della città. Vederla nuovamente deturpata, dopo il lungo periodo di chiusura e i costosi lavori di restauro, è un duro colpo per chi ha a cuore il patrimonio culturale e spirituale del luogo.
L’episodio ha suscitato una profonda riflessione tra i cittadini, molti dei quali hanno espresso solidarietà al parroco e condanna per l’atto vandalico. Questo triste evento mette in luce la necessità di un maggiore rispetto per i luoghi sacri e per i beni comuni, oltre a sollevare domande sulla sicurezza e sulla vigilanza degli edifici storici della città.
Mentre la comunità si interroga su come prevenire ulteriori atti di vandalismo e su come proteggere un patrimonio così prezioso, rimane la speranza che episodi come questo possano servire a sensibilizzare maggiormente l’opinione pubblica e a promuovere un rinnovato senso di responsabilità collettiva.

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