Protezione efficace contro l’influenza e non solo: dal 13 al via la campagna vaccinale

Al via in Molise la campagna vaccinale antinfluenzale: si parte il 13 ottobre.
L’iniziativa, spiegano dal dipartimento di Prevenzione dell’Asrem diretto da Carmen Montanaro, mira a garantire una protezione efficace contro l’influenza stagionale, malattia che contrariamente a quanto si potrebbe pensare non è assolutamente banale, con particolare attenzione alle fasce più vulnerabili della popolazione, come gli ultra 60enni, i bambini dai 6 mesi ai 6 anni e le persone affette da patologie croniche che aumentano il rischio di complicanze, nonché i loro familiari e contatti stretti, gli ospiti delle strutture sanitarie e socio-sanitarie.
La vaccinazione permette di evitare che le persone debbano ricorrere alle cure urgenti in Pronto soccorso, quindi ridurre i ricoveri ospedalieri legati alle complicanze date da Covid19 e influenza.
È inoltre raccomandata e offerta attivamente e gratuitamente a chi lavora in settori strategici come la sanità, le forze dell’ordine e il Corpo dei vigili del fuoco, lavoratori a contatto con animali. Oltre alla vaccinazione, è opportuno mettere in atto misure di protezione personali: lavarsi spesso le mani, coprire naso e bocca quando si tossisce o starnutisce, evitare di toccarsi il viso con mani sporche e rimanere a casa se malati.
Il vaccino antiinfluenzale è somministrato in una sola dose, due a distanza di un mese per i bambini al di sotto dei 9 anni che non siano mai stati vaccinati, con una iniezione intramuscolo sul braccio, ma per i più piccoli è disponibile anche lo spray nasale.
Anche la vaccinazione anti-Covid19 ed antipneunococcica rappresentano una grande opportunità per prevenire infezioni che sono ancora presenti e possono causare complicanze gravi; per il Covid è prevista la somministrazione gratuita di vaccini aggiornati alle ultime varianti contemporaneamente all’antinfluenzale.
Per facilitare l’adesione saranno programmati “Open Day” regionali nei mesi di novembre e dicembre a cura dei Centri vaccinali dell’azienda sanitaria.
Riassumendo: tutti i molisani potranno vaccinarsi gratuitamente e con accesso libero (senza prenotazione) contro l’influenza, il Covid, lo pneumococco.
Inoltre, per dare la possibilità ai soggetti disabili, allettati o fragili intrasportabili, residenti o domiciliati in Molise di poter effettuare la vaccinazione a domicilio, i caregiver possono inviare una richiesta all’indirizzo mail “dipartimentounicoprevenzione@asrem.molise.it “, specificando il tipo di vaccinazione richiesta (antinfluenzale, antiCovid-19, antipneumococcica), i dati anagrafici, l’indirizzo ed il recapito telefonico, a cui saranno chiamati per pianificare la vaccinoprofilassi.

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Il Capo di Stato Begaj visita il basso Molise

Sabato 18 ottobre 2025 resterà una data storica per la comunità di Ururi e per l’intero Basso Molise Arbëreshë. In quella giornata, infatti, il paese accoglierà il Presidente della Repubblica di Albania, S.E. Bajram Begaj, in occasione di una visita ufficiale di altissimo valore istituzionale, culturale e simbolico. Un evento che segna un nuovo capitolo nel lungo percorso di dialogo, amicizia e cooperazione tra le istituzioni albanesi e le comunità di origine Arbëreshë presenti in Italia, e che rinsalda un legame secolare fondato sulla memoria, sulle radici comuni e su una storia condivisa di identità e appartenenza. La visita del Capo di Stato albanese rappresenta il naturale seguito dell’incontro avvenuto lo scorso marzo a Tirana, quando una delegazione istituzionale del Comune di Ururi fu ricevuta dalle più alte autorità della Repubblica d’Albania. In quella circostanza, la comunità ururese portò un messaggio di riconoscenza e fratellanza, ricevendo in cambio una profonda attenzione e un impegno concreto a rafforzare i legami culturali e istituzionali con le comunità Arbëreshë del Molise. Proprio da quel dialogo – intenso, sincero e ricco di prospettive – è nata l’idea di una visita ufficiale in Molise del Presidente Begaj, che oggi diventa realtà. Durante la giornata del 18 ottobre, il Capo di Stato sarà accolto a Ururi con tutti gli onori istituzionali e prenderà parte alla cerimonia di inaugurazione del monumento dedicato a Giorgio Castriota Scanderbeg, eroe nazionale albanese e simbolo immortale dell’identità Arbëreshë. Il monumento, realizzato con il contributo dell’amministrazione comunale e di artisti locali, sarà collocato in uno spazio urbano appositamente riqualificato e destinato a diventare luogo di memoria e di incontro, dove il passato e il futuro si congiungono nel nome dell’orgoglio Arbëreshë. Il programma della giornata prevede inoltre un itinerario che toccherà le comunità sorelle di Portocannone, Montecilfone e Campomarino, in un abbraccio simbolico che unisce i diversi centri Arbëreshë del Basso Molise sotto il segno della fratellanza e della condivisione culturale. Sarà un momento di festa e riflessione, durante il quale le istituzioni locali e i rappresentanti della Repubblica d’Albania rinnoveranno l’impegno comune per la tutela e la valorizzazione della lingua, delle tradizioni e del patrimonio immateriale Arbëreshë, riconosciuto come parte integrante della storia italiana e balcanica. Per la sindaca Greco: «È con grande onore, profonda emozione e orgoglio civico che annunciamo la visita ufficiale del Presidente della Repubblica di Albania, S.E. Bajram Begaj, che avrà luogo a Ururi sabato 18 ottobre 2025. Il Presidente ha accolto con sensibilità e disponibilità l’invito della nostra comunità, a testimonianza della stima e dell’affetto che legano la Repubblica d’Albania alle comunità Arbëreshë del Molise e dell’intera Italia. La visita del Capo di Stato rappresenta un traguardo e un punto di partenza insieme. È il frutto del dialogo avviato lo scorso marzo a Tirana, quando, insieme ai rappresentanti della nostra amministrazione, abbiamo avuto l’onore di essere ricevuti dalle autorità albanesi. Quell’incontro ha sancito la volontà reciproca di costruire ponti di collaborazione duraturi nei campi della cultura, dell’istruzione, delle relazioni istituzionali e della promozione linguistica. Da allora, abbiamo lavorato con costanza e convinzione per dare concretezza a quel dialogo, e oggi possiamo dire che Ururi è pronta ad accogliere con calore e riconoscenza il Presidente Begaj e la sua delegazione. Durante la sua permanenza, il Presidente parteciperà alla cerimonia di inaugurazione del monumento dedicato a Giorgio Castriota Scanderbeg, figura eroica che incarna i valori di libertà, coraggio e identità. Quel monumento rappresenta per noi non solo un omaggio alla nostra storia, ma anche un impegno verso il futuro: vogliamo che i nostri figli e le nuove generazioni possano riconoscersi in quei simboli e sentirsi parte di una comunità viva, consapevole e orgogliosa delle proprie origini. L’itinerario che toccherà anche Portocannone, Montecilfone e Campomarino sarà il segno tangibile di un’unione che travalica i confini comunali, unendo sotto un’unica bandiera – quella della cultura Arbëreshë – le comunità che da secoli mantengono viva la lingua, la memoria e le tradizioni della madrepatria. Con questa visita, intendiamo rafforzare la cooperazione istituzionale e culturale tra le due sponde dell’Adriatico, valorizzando la nostra identità e promuovendo scambi che possano arricchire entrambe le realtà. È un evento storico, non solo per Ururi ma per l’intero territorio Arbëreshë del Molise, che accoglie con entusiasmo e gratitudine il Capo di Stato albanese. Insieme, celebriamo la forza delle radici e la bellezza del dialogo tra i popoli, in un momento che resterà impresso nella nostra memoria collettiva. Invitiamo tutti i cittadini, le associazioni culturali e le istituzioni scolastiche a partecipare a questa giornata di festa e di significato profondo. Sarà un giorno di unità, memoria e speranza, nel quale Ururi si farà portavoce di un messaggio universale di amicizia, appartenenza e futuro condiviso». Con la visita di S.E. Bajram Begaj, Ururi e il Basso Molise Arbëreshë si preparano dunque a vivere una pagina di storia, capace di unire passato e presente in un unico respiro: quello della memoria che continua, del legame che si rinnova e dell’identità che guarda avanti con fierezza e orgoglio.

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Gamberale, il ragazzo di Agnone che ha insegnato all’Italia il valore del lavoro

Vito Gamberale, classe ‘44, si racconta al Sole 24 Ore partendo da dove tutto è cominciato: Agnone, il suo paese natale nel cuore. Seduto di fronte a Paolo Bricco, il manager che ha guidato alcuni dei più importanti enti pubblici italiani riavvolge il nastro della memoria e torna alle radici che non ha mai dimenticato, nemmeno quando sedeva nelle stanze dei bottoni dell’industria di Stato.
«Vengo da una famiglia di umili origini», racconta con quella franchezza che lo contraddistingue.
Ad Agnone, la famiglia era tutto: non solo affetto, ma anche scuola di valori, dove si imparava il senso del lavoro, del sacrificio e della dignità. Il padre, Antonino, aveva una bottega che produceva pasta, come tante nel Molise degli anni Cinquanta e Sessanta, dove si lavorava dall’alba al tramonto per portare a casa il necessario. Gamberale ricorda l’odore di quella bottega, il ritmo delle giornate scandito dal lavoro incessante del padre, un uomo che con la fatica quotidiana manteneva la famiglia. Non c’erano ricchezze, ma dignità, onestà e la consapevolezza che ogni giorno bisognava meritarsi ciò che si aveva.
La madre, Dina, era la colonna portante della casa: faceva quadrare i conti, si occupava dei figli con la dedizione silenziosa tipica di quelle donne. Una famiglia unita dall’affetto e dalla necessità, dove ognuno sapeva di dover fare la propria parte.
Il giovane Vito cresce respirando fin da bambino il valore del lavoro. Aiutava in bottega, osservava il padre, imparando che nulla viene regalato e che tutto si conquista con l’impegno. La famiglia aveva intuito che quel ragazzo aveva qualcosa di speciale. Mentre gli altri bambini giocavano per strada, lui d’estate lavorava.
«Vedevo i miei coetanei giocare mentre io davo una mano nella bottega di mio padre», ricorda. «Sapevo che quello era il mio modo di costruirmi il futuro».
Dopo il liceo scientifico arrivò la borsa di studio, che alleggerì il peso economico sulla famiglia e gli permise di proseguire gli studi a Roma con maggiore serenità. «Senza quella bottega, senza l’esempio di mio padre, senza i sacrifici di mia madre e quella comunità di Agnone che ti insegnava cosa significa appartenere a un luogo, non sarei diventato quello che sono», afferma.
Sono quei valori – il lavoro come dignità, il rispetto per la comunità, la solidarietà e la consapevolezza del bene comune – che lo accompagneranno per tutta la carriera, anche quando si troverà a gestire miliardi di lire prima e di euro poi.
Dalla famiglia e dal territorio nasce anche la sua passione per la politica. Gamberale si forma nella tradizione del socialismo riformista, quello che vedeva nello Stato un motore di sviluppo e giustizia sociale. Si candida pure alle comunali ottenendo un ottimo risultato. «Ero e sono socialista», afferma senza esitazioni, rivendicando una militanza oggi spesso taciuta. Per lui la politica non era carrierismo, ma servizio alla collettività, costruzione di un futuro migliore. «La politica mi ha insegnato a pensare al lungo periodo, all’interesse generale prima che al tornaconto personale».
Per un ragazzo cresciuto ad Agnone, il socialismo riformista rappresentava la speranza che lo Stato fosse dalla parte di chi partiva da condizioni difficili e che il merito potesse prevalere sulla nascita.
La sua storia – da quella bottega ai vertici dell’industria pubblica – ne è la dimostrazione. Il salto da Agnone all’economia nazionale non fu un miracolo, ma il frutto di studio, competenza e di quella determinazione forgiata nei sacrifici dell’infanzia.
Gamberale attraversa da protagonista la stagione d’oro delle partecipazioni statali: Eni, IRI, Italstat, fino alla guida di Telecom. «Amavo e amo l’odore delle fabbriche», confessa. In quell’odore ritrova l’eco della bottega paterna, il senso del lavoro concreto e produttivo.
È stato uno degli ultimi veri manager-ingegneri, formati con cultura tecnica, capaci di leggere un bilancio ma anche di comprendere i processi produttivi. La sua carriera coincide con le grandi trasformazioni dell’industria italiana: dalla goldenage delle partecipazioni pubbliche fino alle privatizzazioni degli anni Novanta e Duemila.
Nel racconto al Sole 24 Ore emerge con forza il suo amore per l’Italia: non un sentimento astratto, ma un legame concreto con il tessuto produttivo del Paese. «L’Italia che amo è quella che produce, che inventa, che lavora», spiega. È l’Italia delle mani che costruiscono e trasformano la materia in ricchezza.
Gamberale parla dell’industria come di una persona cara: con passione, ma anche con preoccupazione. Quella stagione in cui lo Stato sapeva fare impresa e pianificare investimenti sembra ormai un ricordo lontano. «Oggi non abbiamo una vera politica industriale pubblica», denuncia. Gli interventi statali sono episodici, dettati dall’emergenza, privi di una visione strategica di lungo periodo. «Servirebbe un nuovo IRI», sostiene, non per nostalgia ma per necessità: le grandi sfide del presente – transizione ecologica, digitalizzazione, competizione globale – richiedono strumenti pubblici forti e coordinati. Il problema, aggiunge, è anche di classe dirigente: mancano competenze tecniche, prevale una logica finanziaria di breve periodo. «Le partecipate pubbliche vengono gestite come asset finanziari, non come strumenti di sviluppo del Paese».
Nell’intervista, il manager molisano lancia un monito: senza recuperare quella cultura tecnica, quella passione per il “fare” e i valori di servizio pubblico che segnarono la migliore stagione dell’industria di Stato, l’Italia rischia di perdere la sua vocazione industriale.
E il cerchio si chiude, tornando ad Agnone: a quella bottega dove il padre lavorava dall’alba al tramonto, alla madre che teneva insieme la famiglia con i suoi sacrifici silenziosi, a quel bambino che studiava mentre gli altri giocavano, consapevole che quello era il prezzo del futuro.
«Dalla mia famiglia ho imparato che il lavoro è dignità, che lo Stato può essere motore di sviluppo se gestito con competenza e onestà, che bisogna pensare al bene comune prima che al proprio», conclude.
«Mio padre mi ha insegnato il valore del sacrificio, mia madre la tenacia, Agnone il senso di appartenenza».
Parole che suonano come un testamento morale: da quella piccola bottega ai vertici dell’economia italiana, Vito Gamberale ha portato una lezione semplice ma attuale – l’economia non è solo finanza e bilanci, ma persone, comunità, territorio.
L’industria pubblica, se ben gestita, può ancora essere lo strumento per un Paese più giusto e forte, dove un ragazzo di umili origini possa sognare di cambiare il proprio destino.
Un messaggio che, a sentire le sue parole, oggi sembra drammaticamente inascoltato. ppm

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